Canzoni delle fate


Canzone della Fata Margherita

Su venite a giocare:

sono il fiore dei bambini.

Su, venite ad intrecciare,

finché il sole non scompare,

divertenti collanine.

“Buonanotte” devo dire

Fino al gioco di domani,

e i miei petali riunire,

rossi e bianchi, per dormire,

fino a che il giorno rimane.

 Canzone della Fata Campanella 

Oh campanelle su steli sottili,

nessun orecchio umano sente il vostro richiamo,

mie campanelle che suonate piano!

Quando umida e scura vien la sera,

il momento è arrivato del suono delicato

per balli e feste del bosco incantato.

Tintinnano nel gioco delle fate,

con musica leggera, la notte tutta intera,

finché nasce la nebbia mattiniera,

in fredde e grigie strisce,

e la magica musica svanisce. 

Scritto da Cicely Mary Barker

Sussurrato da Luli


La rosa


Il simbolo della Rosa è, assieme a pochi altri, onnipresente nei tempi e quasi in tutto il globo. Gli eroi greci la usavano per ornare il loro elmo come Enea ed Ettore (peraltro eroi Troiani), oppure lo scudo come Achille. I roseti erano consacrati tanto ad Afrodite che ad Atena ed una leggenda mitologica dice che inizialmente in Grecia esistevano solo rose bianche finché la dea Afrodite, accorrendo in aiuto di Adone, mortalmente trafitto da un cinghiale, si punse con le spine, tingendo del rosso del proprio sangue le corolle del fiore ad essa consacrato. Già, le spine, il cosiddetto “rovescio della medaglia”. Secondo varie leggende medievali, l’Eden era pieno di rose senza spine, nate dopo il “peccato” di Eva. E San Bernardo di Chiaravalle era solito dire:” Eva, spina; Maria, rosa”.

Il dio Arpocrate, l’equivalente greco dell’egizio Horus, era il dio della segretezza e veniva raffigurato incoronato di roselline. Ciò fece sì che il simbolismo della rosa acquisisse anche il simbolo iniziatico della conservazione dei segreti.

Ecate, dea degli inferi, era talvolta rappresentata con la testa cinta da una ghirlanda di rose. Questo fiore era per i greci anche simbolo di rigenerazione e perciò era usanza deporre rose sulle tombe.

Nell’antica Roma la rosa celava il “profumo di eternità”, tanto che durante le “Rosalie”, cerimonie miranti ad onorare gli dei Mani celebrate tra maggio e luglio, i cittadini erano soliti offrire ai defunti ampie ghirlande di rose. Pure il famoso “asino di Apuleio” riacquistò forma umana mangiando una corona di rose vermiglie offertegli dal sacerdote di Iside.

Il Cristianesimo attinse copiosamente nel simbolismo della Rosa che divenne addirittura emblema del Graal, la mitica coppa che raccolse il sangue di Cristo sgorgante dalle sue ferite. Ma la rosa era anche simbolo di trasformazione: in due diverse leggende abbiamo la Rosa bianca che si trasforma in rossa con il sangue di Cristo e la Rosa rossa che si trasforma in bianca con le lacrime della Madonna. I cinque sepali del fiore ricordano proprio un calice, il calice in cui ogni anima che si incarna raccoglie il proprio destino futuro.

Fra gli alchimisti la Rosa bianca rappresentava l’ ”Albedo” (purificazione del sentire, ovvero del Mercurio) e quella rossa la “Rubedo” (purificazione del volere, ovvero lo zolfo), le due fasi dell’Opera di trasmutazione successiva alla “Nigredo” (la putrefazione di base).

Nell’esoterico Ordine Rosacrociano una corona di rose rosse con al centro una rosa  è posta  al centro della Croce, al posto del cuore: il dolore umano (Croce) abbinato all’Amore (Rosa).

Anche il rosone in vetri colorati che si vede in alcune cattedrali o il rosone in pietra posto sulla facciata delle chiese trae origine dal simbolismo della Rosa: attraverso il rosone, la luce (ossia la Verità) può entrare nel Sacro edificio. Nell’XI secolo alcuni monasteri regalavano ogni anno a Papa Leone IX una rosa d’oro, in segno di riconoscenza per ciò che la Chiesa faceva per loro. Inoltre in tutto il Medioevo il simbolo della Rosa era tra i più usati, assieme alla Croce, dagli ordini cavallereschi.


*¨¨*:·il simbolo della rosa nel medioevo
.clicca sull’immagine·:*¨¨*:·

San Bernardo in uno dei suoi sermoni disse: ”Maria è stata una rosa: bianca per la sua verginità, vermiglia per la sua carità”.

Il legame che unisce la Madonna, Regina del Cielo, con la Rosa, Regina dei fiori, è strettissimo, tanto che nel XVI secolo nacque una leggenda secondo la quale quando la Vergine salì al cielo, lasciò un sepolcro fiorito di rose e di gigli.

La Madonna apparve a Lourdes con due rose sui piedi nudi ed a La Salette ornata di rose multicolori. A Guadalupe le rose fiorirono miracolosamente per opera della Vergine e molti santuari Mariani sono dedicati alla “Madonna delle rose”.

San Domenico di Guzman (1170-1221) sognò che le preghiere degli uomini salivano verso la Madonna in cielo, sotto forma di tante rose unite in corona. Fu questo sogno la chiave che unificò il simbolo della Rosa con il culto della Vergine. Si  coniò allora sia per la corona con i grani in quanto oggetto, sia per l’insieme delle preghiere, il termine “Rosario” dal latino “Rosarium”, e per rafforzare il legame simbolico tra il fiore e la preghiera, si diffuse l’uso di fabbricare i grani delle corone esclusivamente con legno di rosa.

L’idea di uniformare teoricamente la corona con i grani con la corona di rose servì anche ad inglobare le antiche tradizioni pagane, ancora presenti nel XII secolo in varie parti d’Europa, miranti ad implorare la protezione degli dèi offrendo loro delle corone di fiori intrecciate in varie forme. Era questa una comune cerimonia del Nord Europa dove in un rito propiziatorio, venivano appese da parte di giovani fanciulle corone di fiori su ”alberi sacri”.

Nello stesso periodo nacque anche la leggenda secondo la quale fu per primo l’Arcangelo Gabriele ad intrecciare una corona di 150 rose in onore della Vergine. Tale corona era divisa in tre: rose bianche per ricordare l’infanzia di Gesù, rose rosse per ricordarne la Passione e rose d’oro per celebrarne la Resurrezione.

Ricordiamo infine come anche Dante (rosacrociano ante litteram), riprendendo il  simbolismo della Rosa, nella Divina Commedia fa disporre i Beati attorno al Trono Celeste in modo tale da formare una candida rosa.

SussurratoLuli

“Auguri a tutte le mamme del mondo”


Sono qui per l’amore


Sono qui per l’amore, per le facce curiose che fa

Per la coda alla cassa, con il saldo più o meno a metà,

per le gabbie di carta, per la chiave scordata in cantina,

per il giro del sangue e per quello del vino.

Sono qui per l’amore, per difendere quello che so

per le rampe di lancio, e lo sporco che riga gli oblò

che nel lancio ci siamo, e la torre controllo lontana,

con il bricco sul fuoco e la fiamma puttana.

Con tutto il sangue andato a male,

 e poi di colpo questo andarsi bene,

un solo sole che forse basterà.

Con tutto il sangue andato a male,

e poi di colpo questo andare insieme,

in una vita che forse basterà.

Questo andarsi bene qua …

 

Sono qui per l’amore, e per tutto il rumore che vuoi

E i brandelli di cielo che dipendono solo da noi,

per quel po’ di sollievo che ti strappano dall’ombelico,

 per gli occhiali buttati, per l’orgoglio spedito,

 con la sponda di ghiaia che alla prima alluvione va giù..

ed un nome e cognome che comunque resiste di più.

Sono qui per l’amore per riempire col secchio il tuo mare,

con la barca di carta, che non vuole affondare.

Con tutto il sangue andato a male,

 e poi di colpo questo andarsi bene, un solo sole che forse basterà.

Con tutto il sangue andato a male,

e poi di colpo questo andare insieme, in una vita che forse basterà.

Questo andarsi bene qua …

Sono qui per l’amore, per le facce curiose che fa

Per le giostre sfinite che son sempre più fuori città,

stabiliamo per sempre le corsie che ci mandano avanti,

e prendiamo le multe tutti belli e cantanti.

Scritto da Liga sussurrato da Luli

·:*¨¨*:·Sono qui per l'amore·:*¨¨*:·

·:*¨¨*:·Sono qui per l'amore·:*¨¨*:·
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“Dove si trova Fairyland


“Dove si trova  Fairyland o La radura nel bosco incantato” 
 

Vi è un regno segreto di creature invisibili che vivono intorno a noi:  “Fate e folletti, elfi gli gnomi le ninfe e molti altri ancora …”

Ci son persone che affermano di averli incontrati altre che son sicure che sono solo nella nostra fantasia di umani …

“Io Questa sera, vi racconterò qualcosa di queste magiche e incantevoli creature …”

Fate e folletti, elfi e gnomi, allietano da sempre i sogni dei bambini nel contempo affascinando l’uomo: numerose tribù indiane degli Stati Uniti e del Canada credono nell’esistenza di “esseri minuscoli”, che abitano il nostro pianeta e si recano saltuariamente sulle rive dei laghi per procurarsi acqua. Tali luoghi sono considerati sacri dagli indiani, decisi a non violare le tradizioni altrui. Artur Machen, giornalista irlandese esperto in credenze sovrannaturali, fu certo della esistenza sul nostro pianeta di “esseri minuscoli”: egli pensò alla discendenza di una razza di individui preistorici che scomparve con l’avvento dei Celti.

I villaggi dei Fairies si trovano celati sotto i cosiddetti “Brugh”, ovvero le colline fatate. Per gli umani riuscire a penetrare in tali luoghi è pressoché impossibile a meno che essi non siano condotti là dagli stessi Fairies, circostanza questa da evitare il più delle volte poiché le fate potrebbero invitarvi a turbinare nelle loro danze sfrenate e potreste essere costretti a danzare fino alla morte. C’è, però, un altro modo di recarsi a Fairyland, ed è quello di utilizzare le numerose porte d’accesso sparse per il mondo, che sfortunatamente non sono continuamente aperte, ma si spalancano una sola volta in una generazione.

Secondo la leggenda, in Italia nei pressi della cittadina di Arona sul Lago Maggiore, si troverebbe, nascosto in una rupe, un accesso a Fairyland che si aprirebbe ogni cento anni. 

Chi sono le Fate?

La parola fata deriva dal latino “destino”. Le fate sono delle cugine delle Parche, che si narra sapessero controllare il destino e il destino della razza umana in particolare.

Le caratteristiche di quegli esseri che definiamo “Fate” possono essere riscontrate in diverse culture: in oriente troveremo le Dakini, mentre il mondo arabo e mediorientale è popolato dai Jinn, ovvero Geni, come quello della mitica lampada di Aladino.

Secondo alcuni, le Fate sono ciò che resta di un’antica stirpe sacerdotale che custodiva i segreti della spiritualità e di quell’antica scienza che successivamente venne definita “magia” e donava loro poteri soprannaturali, tra i quali il potere di muoversi tra il visibile e l’invisibile. Secondo altri, le Fate discendono dai Guardiani che avevano il compito di armonizzare le forze naturali Terrene e Celesti con quelle umane per garantire equilibrio, pace e prosperità sul nostro pianeta.

La famiglia dei Folletti 

La famiglia dei folletti è talmente grande che risulta difficile fare una descrizione unica del loro aspetto, del loro modo di vivere e del loro modo di comportarsi. Differiscono così tanto da zona a zona che è anche difficile individuarne una sola area provenienza: esistono infatti folletti nordici, italiani, francesi, tedeschi, ecc. Se si vuole fare una sommaria descrizione potremmo dire che di solito hanno sangue di color nero e occhi che tendono al rosso, lucenti nell’oscurità. Sono quasi tutti dei gran burloni ma nello stesso tempo possono diventare dispettosi, maligni e spietati. Non sono dotati di poteri magici ma conoscono molto bene le arti arcane. Amanti degli animali, amano cavalcane rane, liberare le mucche dalle stalle e intrecciare le criniere dei cavalli.

Vivono sia nei boschi che nelle case di coloni e contadini ove spesso sono accolti con gran rispetto. Laboriosi e fannulloni amano la compagnia delle ragazze soprattutto se di bell’aspetto. Qui riportiamo alcune delle principali famiglie di folletti che abitano il nostro continente.

La famiglia degli Elfi

La grande famiglia degli Elfi comprende spiriti dalle sembianze simili a quelle dell’uomo e sono a metà strada tra gli dei e gli uomini.

Generalmente immortali gli Elfi non sono sempre di bell’aspetto e dotati di sconfinata bontà ma a volte si presentano anche dispettosi, cattivi e grotteschi.

Prevedono il futuro e controllano le arti magiche, abitano la luce e l’aria ma li possiamo trovare anche nei boccioli dei fiori, sulle piante e nell’acqua. Amano la musica, il canto e la danza.

Gli Elfi di AshGrove di origine britannica e gli Ellyllon di origine gallese sono altri tipi di elfi. 

Gli Gnomi

Gli gnomi sono una delle creature più misteriose che animano la natura, in quanto un po’ schivi, e spesso non apprezzano la compagnia degli uomini, a causa della loro straordinaria timidezza che li ha spinti a vivere in luoghi remoti e a circondarsi del più fitto mistero.

Lo Gnomo nelle mitologie nordiche e nelle tradizioni popolari, è uno spiritello benevolo e sapiente, ha l’aspetto di un nano barbuto, che conosce il futuro, opera miracoli, custodisce tesori sotterranei!!!

Chi sono le Ninfe?

La Ninfa è una fanciulla semidivina della Mitologia greca, fanciulla che apparteneva alla Natura e ai suoi vari aspetti

Nella gerarchia degli dei venivano considerate inferiori però hanno contribuito molto e accompagnato le varie divinità superiori e non parlo esclusivamente di sollazzi amorosi: molte ninfe sono state nutrici e balie.

Gli antichi greci le veneravano molto prima di idolatrare la ragione e la filosofia e chiamavano la follia, la possessione esercitata dalle ninfe come Ninfolessia.

Nel regno del Piccolo Popolo potremmo recarci ogni qual volta lo desiderassimo veramente e potremmo viaggiare senza i limiti della nostra fisicità.

Nella nostra realtà o Dimensione, esistono in ogni caso, perché essi vivono nelle nostre tradizioni nella nostra cultura e anche nella nostra Letteratura e anche per questo motivo “inventiamo” leggende o miti.

Sussurrato  da Luli 


Buona Pasqua


“Il suono delle campane a festa, rallegri il vostro cuore

portandovi la gioia e l’amore. 

Buona Pasqua”

Sussurrato  da Luli 


Simbologia delle uova Pasquali


L’ uovo è il più antico simbolo dell’origine della vita; è sempre stato associato alla primavera, alla rinascita e, nella cultura cristiana, alla resurrezione. La tradizione pagana di scambiarsi uova dipinte nelle feste propiziatorie della fertilità risale agli Egiziani ed ai Persiani.

Il dono era considerato di buon auspicio, in quanto simbolo del rinnovarsi della vita. tale simbologia, con qualche variante, fa parte della cultura di moltissimi popoli antichi. Tra i romani, ad esempio, Plinio testimonia il costume di seppellire nei campi uova dipinte di rosso, per tenere lontani gli influssi malefici e propiziarsi un buon raccolto.

La Pasqua ebraica (da “Pasach”, passaggio) è la ricorrenza che ricorda l’esodo dall’Egitto e la rinascita spirituale. Il pasto rituale della festa, oltre all’agnello (simbolo di dolcezza e di sacrificio) ed al pane azzimo (simbolo di penitenza), prevede le uova, simbolo di una nuova vita. Già al tempo del paganesimo in alcune credenze il Cielo e la terra erano ritenuti due metà dello stesso uovo, e le uova erano il simbolo del ritorno della vita.

Gli uccelli infatti si preparavano il nido d’amore e lo riempivano di uova: a quel punto tutti sapevano che l’inverno ed il freddo erano ormai passati. 

I Greci, i Cinesi ed i Persiani se li scambiavano come dono per le feste Primaverili, così come nell’antico Egitto le uova decorate erano scambiate all’equinozio di primavera, data di inizio del “nuovo anno”, quando ancora l’anno si basava sulle le stagioni. L’uovo era visto come simbolo di fertilità e quasi magia, a causa dell’allora inspiegabile nascita di un essere vivente da un oggetto così particolare. La simbologia ebraica fu assimilata dai primi cristiani, per celebrare il ritorno alla vita di Cristo. L’uovo fu mantenuto come emblema della rinascita ed associato alla sacralità del battesimo, da cui la tradizione di scambiarsi uova benedette. Anche l’uso di colorare le uova si è mantenuto nel tempo ed alcune leggende lo hanno legato alla figura di Cristo risorto: Maria Maddalena era una delle donne che erano andate al sepolcro di Gesù, ma l’aveva trovato vuoto. Allora corse alla casa nella quale si trovavano i discepoli, entrò tutta trafelata ed annunciò la straordinaria notizia. Pietro, uno dei discepoli, la guardò incredulo e disse: “Crederò a quello che dici solo se le uova contenute in quel cestello diverranno rosse.”e subito le uova si colorarono di un rosso intenso! 

Le uova, associate alla primavera per secoli, con l’avvento del Cristianesimo divennero simbolo della rinascita non della natura ma dell’uomo stesso, della resurrezione del Cristo: come un pulcino esce dell’uovo, oggetto a prima vista inerte, Cristo uscì vivo dalla sua tomba.

L’usanza di donare uova decorate con elementi preziosi va molto indietro nel tempo e già nei libri contabili di Edoardo I di Inghilterra risulta segnata una spesa di 18p. per 450 uova rivestite d’oro e decorate da donare come regalo di Pasqua. Ma le uova più famose furono indubbiamente quelle di un maestro orafo, Peter Carl Fabergè, che nel 1883 ricevette dallo zar Alessandro, la commissione per la creazione di un dono speciale per la zarina Maria.

Il primo Fabergé fu un uovo di platino smaltato bianco che si apriva per rivelare un uovo d’oro che a sua volta conteneva un piccolo pulcino d’oro ed una miniatura della corona imperiale.

Gli zar ne furono così entusiasti che ordinarono a Fabergé di preparare tutta una serie di uova da donare tutti gli anni.

E la tradizione continuò anche con lo zar Nicola II, figlio di Alessandro, fino ad un totale di 57 uova.

Un’altra leggenda fa risalire la tradizione a Luigi VII di Francia, ai tempi del ritorno dalla Seconda Crociata: un abate parigino accolse il sovrano con un dono di centinaia di uova, troppe anche per il cortigiano più ingordo. Fu così che Luigi VII pensò di farle dipingere e distribuirle ai suoi sudditi. 
Quattro secoli più tardi, sempre in Francia, il Re Sole, grande scialacquatore ed amante del lusso, ebbe l’idea di rivestire le uova di cioccolato. 

Ancora oggi, in molte case, si colorano le uova sode, con colori vegetali e alimentari (spinaci, ortiche e prezzemolo per il verde, camomilla o zafferano per il giallo),  oppure si svuotano facendo un forellino con un ago ad ogni estremo del guscio e decorando solo quello. Quanto all’uovo di cioccolato, è ormai d’obbligo su ogni tavola.

Sussurrato  da Luli 

l’uovo di pasqua nei sogni


I miei anni


Io corro verso i miei anni  passano i giorni ma

il tempo sembra non esser passato …

Come posso dire di essere quella di ieri

se oggi non mi riconosco più in quel viso …

che sembra ancora di bimba?

E’ una magia o un incanto del fato …

Un faro illumina la notte dietro di esso

la luna d’argento illumina i miei passi!

Il prato … la luna … il faro… i rami intrecciati …

La vita è un soffio

o un soffio di vita è passato …

Ma sono i miei anni!

 

Scritto e Sussurrato  da Luli ©

Primo Aprile, Le origini,La Leggenda e gli Scherzi


La fata dei campi


C’era una volta e forse c’è ancora, sotto altre spoglie, una bellissima giovane che girava attraverso le nostre contrade.

Nessuno sapeva da dove venisse senza mai farsi annunciare. Era presente in ogni paese, nei villaggi di montagna o nelle borgate di campagna, sui campi quando il grano era biondo e maturo e appariva come un tratto di mare giallo, che aveva onde di luce. Era presente quando le ragazze cantavano felici nel tempo della vendemmia; o quando la neve copriva di bianco la terra, e gli alberi e le case apparivano trasformati in zucchero filato.

I vecchi contadini ed anche mia nonna, che contadina non era, la chiamavano Fata dei Campi.

Alcune volte appariva inghirlandata, con i capelli inanellati e sciolti sulle spalle in una cascata d’oro.

Aveva un vestito di candida neve, il manto celeste trapunto di stelle, le scarpine di seta verde: sembrava una creatura discesa dal cielo. Altre volte appariva sotto le spoglie di giovane guerriero: la sua corazza, sfolgorante di luce, aveva maglie che tintinnavano ad ogni movimento; altre volte assumeva fattezze ed abbigliamenti bizzarri e originali. Ognuno sperava incontrarla, pensando quanto era prodiga nel dispensare grazie. 

La sognavano i bambini nella quiete del loro riposo; l’invocavano le mamme, intente a cullare i piccoli, rendendola protagonista nelle ninne nanne, cantate come una preghiera.

La Fata dei Campi si prestava a curare i malati, a confortare gli afflitti che vivevano le ore del giorno e della notte nel dolore; sosteneva e assisteva gli uomini ingenui e pacifici. Molte volte, nelle sembianze di valoroso guerriero, umiliava i superbi; altre volte, esaltava le creature mansuete e spaurite.

Anche se era rinomata come Fata dei Campi, colpiva con castighi e pene le persone insensibili verso le sofferenze altrui.

Era desiderata e invocata da tutti come lo spirito del bene, ma concedeva la gioia della sua presenza divina soltanto agli innocenti, ai puri di cuore, ai giusti, ai quali elargiva i tesori delle sue grazie.

I più vecchi narravano di sue apparizioni improvvise e di prodigi.

Una sera, al chiaro di luna, una contadinella, semplice e pura come una colomba, stava sdraiata su di un cumulo di paglia nell’aia di un podere. Estasiata ascoltava il canto di un usignolo, quando avvertì un sibilo e un fruscio, e dagli sterpi della vicina boscaglia venne fuori un mostruoso serpente, con gli occhi di fuoco,

che si diresse minaccioso contro di lei. La ragazza, atterrita, lanciò un grido e svenne. Nel riprendere i sensi,

si trovò accanto una giovane vestita di bianco, bella come un arcangelo, sfavillante di luce divina: le accarezzava il viso e la confortava amorevolmente. Io sono la Fata dei Campi – le disse – e ti ho sottratta alle insidie del mostro. Sii prudente d’ora in poi; sii buona e abbi fede in me, nella mia protezione e nel mio aiuto. Montata in groppa a un focoso cavallo, sparì attraversando la fitta boscaglia per prestare soccorso ad altre creature bisognose. Da quel giorno il popolo ancora crede che la Fata dei Campi percorra benefica le nostre contrade, ma non la chiamano più col nome che usavano i vecchi pastori della Sila o i pescatori di Montauro. La Fata dei Campi ha ora altri nomi, più dolci, che hanno il suono familiare di materna presenza: Maria degli Angeli, Maria delle Grazie, Maria della Luce, Maria dell’Aiuto, Maria di Porto Salvo.

Leggenda Calabrese

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Sussurrato  da

 Luli


Auguri a tutti i papà


Sussurrato  da Luli


Dimmi donna


Dimmi donna dove nascondi il tuo mistero

donna acqua pesante volume trasparente

più segreta quanto più ti spogli

quale è la forza del tuo splendore inerme

la tua abbagliante armatura di bellezza

dimmi non posso più con tante armi

donna seduta sdraiata abbandonata

insegnami il riposo il sonno e l’oblio

insegnami la lentezza del tempo

donna tu che convivi con la tua carne ignominiosa

come accanto ad un animale buono e calmo

donna nuda di fronte all’uomo armato

togli dalla mia testa questo casco d’ira

calmami guariscimi stendimi sulla fresca terra

toglimi questi vestiti di febbre che mi asfissiano

sommergimi indeboliscimi avvelena il mio pigro sangue

donna roccia della tribù sbandata

discingimi queste maglie e cinture di rigidezza e paura

con cui mi atterrisco e ti atterrisco e ci separo

donna oscura e umida pantano edenico

voglio la tua larga fragrante robusta sapienza,

voglio tornare alla terra e ai suoi succhi nutritivi

che corrono sul tuo ventre e i tuoi seni e irrigano la tua carne

voglio recuperare il peso e la completezza

voglio che tu m’inumidisca, m’ammolli, m’effemini

per capire la femminilità, la morbidezza umida del mondo

voglio appoggiata la fronte nel tuo grembo materno

tradire il ferreo esercito degli uomini

donna complice unica terribile sorella

dammi la mano torniamo ad inventare il mondo noi due soli 

voglio non distaccare mai gli occhi da te

donna statua fatta di frutta colomba cresciuta

lasciami sempre vedere la tua misteriosa presenza

il tuo sguardo di ala e seta e lago nero

il tuo corpo tenebroso e raggiante plasmato di slancio senza incertezze

il tuo corpo infinitamente più tuo che per me quello mio

e che dai di slancio senza incertezze senza tenerti niente

il tuo corpo pieno e uno illuminato tutto di generosità

donna mendicante prodiga porto del pazzo Ulisse

non permettere che io dimentichi mai la tua voce di uccello memorioso

la parola calamitata che nel tuo intimo pronunci sempre nuda

la parola sempre giusta di folgorante ignoranza

la selvaggia purezza del tuo amore insensato

delirante senza freno abbrutito inviziato

il gemito nettissimo della tenerezza

lo sguardo pensieroso della prostituzione

la cruda chiara verità

dell’amore che assorbe e divora e si alimenta

l’invisibile zampata della divinazione

l’accettazione la comprensione la sapienza senza strade

la spugnosa maternità terreno di radici

donna casa del doloroso vagabondo

dammi da mordere la frutta della vita

la stabile frutta di luce del tuo corpo abitato

lasciami reclinare la mia fronte funesta

sul tuo grave grembo di paradiso boscoso

spogliami acquietami guariscimi di questa colpa acre

di non essere sempre armato ma soltanto io stesso.

Scritto da Tomàs Segovia

Sussurrato  da Luli

Giornata internazionale

della donna


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