La vita è preziosa


Narrano i cantastorie calabresi che ci fu un tempo remoto

in cui la vite era una semplice pianta ornamentale:

non produceva né fiori né tanto meno frutti.
Venne la primavera e il contadino decise di tagliarla:

«Questa pianta dà ombra ai seminati» disse «la ridurrò più piccola che sia possibile».
Detto fatto:

il contadino la potò così energicamente

che della verde pianta non rimasero che pochi rami nudi e corti.
La vite pianse e un usignolo ebbe pietà di lei:

«Non piangere» disse «io canterò per te, e le stelle si muoveranno a compassione».
Volò sui poveri rami tronchi, vi si afferrò con le zampette e, giunta la notte,

cominciò a cantare tanto dolcemente che la vite si sentì via via rinascere.
Per dieci notti, le note trillanti salirono verso le stelle,

finché esse si commossero e fecero discendere un po’ della loro forza

sulla povera pianta mutilata.
Allora la vite sentì scorrere in sé una linfa nuova;

i suoi nodi si gonfiarono, le sue gemme si aprirono.

I primi pampini verdi fremettero alla brezza, e tenui riccioli verdi, i viticci,


Quando l’usignolo volò via,

si allungarono per avvolgersi come una 


delicata carezza intorno alle

 zampine dell’uccellino.

già gli acini del primo racimolo cominciavano a dorarsi alla luce dell’alba.

La vite era diventata una pianta fruttifera. E che pianta!

Il suo frutto possedeva la forza delle stelle, la dolcezza del canto dell’usignolo,

la luminosa letizia delle notti estive.
Se venite in Calabria, vedrete queste piante:

ceppo basso con grossi tralci aggrovigliati a fior di terra, tralci ricchi di verdi pampini.



Sussurrato daLuli
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