Comedia dell’arte: Maschere (2)


Continuando la nostra escursione sulle maschere della Comedia dell’arte oggi parleremo di ARLECCHINA conosciuta anche come COLOMBINA E CORALLINA.  Continueremo con il famosissimo ARLECCHINO (servo di due padroni) ed i suoi alter-ego TRIVELLINO e FRITELLINO. Finiremo questo post col parlare di NARCISINO. Buona lettura.

ARLECCHINA

Già nel teatro dell’antichità classica troviamo alcuni linea menti di quel carattere femminile che assumerà poi, volta a volta, nel teatro dal ‘500 al ‘700 i nomi di Colombina, Betta, Franceschina, Diamantina, Marinetta, Violetta, Corallina: è l’anche cinica e adulatrice, sempre pronta a suggerir malizie e sotterfugi alla padrona innamorata, che di verrà, trasformandosi, la Servetta del teatro italiano e la Soubrette del teatro francese, per passare infine, quasi irriconoscibile, al compito di primadonna nel moderno teatro di varietà. Poiché nelle commedie dell’arte — che gli italiani rappresentavano improvvisando le battute dopo aver studiato il canovaccio — Colombina era quasi sempre moglie o amante di Arlecchino, si finirà con l’accoppiarli anche nel costume e nel nome, così come la donna di Pierrot si chiamerà Pier rette e, a somiglianza del compagno, vestirà di bianco e si cospargerà la faccia di farina. Arlecchina, col costume a toppe colorate, appare per la prima volta sulle scene a Parigi nel 1695 in un dramma intitolato « Ritorno dalla fiera di Besons ». L’idea trova consensi di pubblico e gli autori vi ricorreranno più volte, soprattutto nelle trame che richiedono travestimenti. La maggiore interprete di Arlecchina fu l’italiana Caterina Biancolelli, figlia di quel Domenico Biancolelli che tra sformò la primitiva maschera bergamasca di Arlecchino in uno dei più fortunati personaggi del suo tempo. Duttile come Colombina, Arlecchina assumerà volta a volta le parti più disparate: domestica, damigella, ma anche cavaliere, medico, avvocato, e perfino la parte della educanda innamorata che deve imparare a ricorrere alle astuzie per liberarsi di un Leandro, seccante corteggiatore al quale i parenti vorrebbero darla in sposa, per poter convolare a nozze con l’Arlecchino dei suoi sogni.

COLOMBINA

I primi lineamenti che quel carattere che diverrà poi la maschera di Colombina si trovano gi nelle commedie di Plauto. fra le furbe ancelle, ciniche e adulatrici, sempre pronte a suggerire alla padrona malizie e astuzie. La personificazione antica della schiava complice interessata nei sotterfugi domestici e amorosi della padrona, diverrà poi la Servetta del teatro italiano e la Soubrette di quello francese che ai nostri tempi finirà dopo essere passata. conservando più o meno i tratti originali del carattere, per l’opera buffa e l’operetta, al varietà. Il nome di Colombina compare per la prima volta nella Compagnia degli Intronati verso il 1530, ma a far di esso il nome di una maschera vera e propria sarà qualche decennio più tardi l’attrice italiana Carla Biancolelli, moglie dell’attore Pierre Lenoir, che recitava nella compagnia di Moliere. Facendo allusione al suo nome d’arte. la Biancolelli si faceva raffigurare nei cartelloni reggendo al braccio un paniere dal quale facevano capolino due colombe, chiaro simbolo dell’origine campagnola del personaggio della Servetta. Amante o marito di lei, che assumerà volta a volta i nomi di Betta, Franeeschina. Diamantina, Marinetta, Violetta. Corallina, sarà sempre Arlecchino. al punto che, in una rappresentazione avvenuta a Parigi nel 1695, adatterà a giubba e gonna l’abito a toppe colorate del suo compagno, e assumerà il nome di Arlecchina, così come Pierrette, la donna di Pierrot, si veste di bianco e s’infarina il viso. Solo in qualche spettacolo, a tagliar la strada agli amori di Corallina e Arlecchino interverrà un ricco pretendente di nome Leandro, ma basteranno poche astuzie a toglierlo di mezzo e a restituire la felicità alla classica coppia e il lieto fine per tutti.

CORALLINA

Colombina, Franceschina, Betta, Marinetta, Violetta, e molti altri nomi ancora, assunse nel teatro italiano delle maschere il tipo dell’ancella dal parlare audace e il gesto disinvolto, sempre disposta all’adulazione e alla malizia, che si richiama peraltro a un carattere dell’antico teatro classico: la schiava complice dei sotterfugi amorosi della padrona, che interviene a rimediare al candore e all’inesperienza di lei, guidando l’idillio a lieto fine. Il tipo della furba ancella, più spesso indicato col nome di Colombina, assunse quello di Corallina con Anna Veronese, una soubrette d’origine italiana che debuttò quattordicenne nel 1744 a Parigi dov’era giunta col padre, Carlo Veronese, che in quello stesso lavoro, « Il doppio matrimonio di Arlecchino », interpretava la parte di Pantalone. Il Veronese era stato assunto insieme alle figliole Anna e Camilla dal re di Francia, che aveva loro anticipato duemila franchi per il viaggio. Poichè, intascato il danaro, invece di partire, i tre se ne stavano tranquillamente a Venezia, a continuare le recite a 5. Samuele, fu incaricato di far loro rispettare il contratto un giovane diplomatico francese presso la Serenissima: Jean Jacques Rousseau. Il futuro autore del « Contratto Sociale », che aveva imparato a parlare correntemente il dialetto veneziano, riuscì con uno stratagemma ad avvicinare i Veronese, minacciando di farli arre stare se non fossero partiti entro Otto giorni. Il successo che essi ottennero a Parigi fu strepitoso, soprattutto per merito di Corallina, al punto che, nel volgere di poche stagioni, fu scritto per lei un intero repertorio: Corallina maga, Corallina giardiniera, Corallina intrigante, Le follie di Corallina, ecc. Sei anni dopo, appena ventenne, Anna Veronese lasciava la Francia e tornava a Venezia dove interpretava, sempre col nome di Corallina, commedie di Carlo Goldoni.

ARLECCHINO

Tradizione vuole che Arlecchino sia nato a Bergamo e che la madre, poverissima, gli abbia cucito il festoso costume con scampoli di vari colori, oppure secondo un’altra versione, che Arlecchino, ragazzo, sia stato al servizio di un avarissimo speziale che lo vestiva con le toppe dei propri abiti sdruciti. Però, arrivata in Francia con i comici del l’arte — quegli attori che, invece di imparare battute a memoria, improvvisavano lo spettacolo dopo averne studiata la trama — la popolare maschera lombarda gradualmente si trasforma: conserva la maschera nera e il berretto bianco, ma all’antico abito rappezzato sostituisce un elegante costume nel quale le toppe dei tempi poveri sono vagamente ricordate da losanghe a colori alterni simmetricamente disposte. Considerato fino allora come un balordo, Arlecchino acquista, insieme al mutar dell’abito, una nuova malizia.

Un giorno, ad esempio, il re di Francia si accorge che Arlecchino (l’attore Domenico Biancolelli) non riesce a distogliere lo sguardo da un appetitoso arrosto. « Dategli quel piatto! » ordina il re. E Arlecchino, di rimando:« Maestà, posso tenermi anche l’arrosto? ». il piatto era d’oro massiccio. La trasformazione del costume e del carattere di questa maschera è appunto attribuita al Biancolelli, figlio di artisti, chiamato in Francia d Mazzarino nel 1659. Egli conservò e perfezionò peraltro l’antica vivacità e agilità del personaggio, fino a pagare con la vita: morì di congestione polmonare dopo una danza acrobatica che egli aveva pro tratta in gara con gli ininterrotti applausi del re, Suo figlio Pier Francesco, degno emulo del padre, dovette presto, benché agilissimo, rinunciare all’interpretazione di Arlecchino, poiché era diventato troppo grasso. Evaristo Gherardi di Prato, loro successore, morì per aver battuto violente mente il capo sull’assito durante una catena di piroette.

TRIVELLINO

E’ la maschera gemella di Arlecchino, anche se porta un nome e un costume differenti: non è anzi da escludere che quello sia stato l’antico nome di Arlecchino, giacché Trivellino significa appunto « uomo con l’abito trivellato ». L’abito rammendato con toppe di disparati colori si tra sformerà per Arlecchino in un completo a losanghe alterne di due colori; per Trivellino, invece, in giubba e pantaloni di color giallo camoscio, bordati di triangoli di stoffa verde e fantasiosamente disseminati di mezzelune e di stelle scarlatte. Entrambe le maschere conserveranno però la maschera nera, che richiama il loro carattere a un ruolo che figurava già nel teatro dell’antichità classica ed era interpretato da schiavi negri. Nelle compagnie che percorsero I’ Italia ai primi del ‘600 Trivellino sosteneva la parte dell’intrigante, impegnato a tormentare senza posa quell’ingenuo sciocco di Arlecchino, e arrivava talvolta ad assumere parti da scellerato, degne di gareggiare con quelle solitamente assunte da Brighella. Tutti e due servitori, Arlecchino e Trivellino si trovano ad avere parti affini, talvolta usate insieme, a contrasto, per comodità del commediografo. Il maggior interprete di Arlecchino, l’italiano Biancolelli, debuttò appunto come Trivellino; il maggior interprete di Trivellino, Domenico Locatelli, recitava a Parigi quando Biancolelli lanciò il suo Arlecchino. Il figlio del Biancolelli, Pier Francesco, innamoratosi della figlia di un attore, trascurò i severi studi che aveva compiuto in un collegio di Gesuiti per seguire la sua donna sulle scene: sarà appunto lui che, dopo aver debuttato a Tolosa nella parte di Trivellino, rinnoverà la figura di Arlecchino trasfondendo nella vecchia figura del bergamasco sciocco un’opposta vena di astuzia e di mordente. Da allora la maschera di Trivellino scomparirà dal teatro per riapparire soltanto, qualche volta, negli spettacoli di marionette.

NARCISINO

Le popolari maschere di Brighella in Italia e di Scapino in Francia sono espressioni di un carattere di valletto cinico e intrigante che già si ritrova nel teatro dell’antichità classica e che, frequente nel teatro italiano del ‘500, ispirò alcuni tipi di maschere regionali: Narcisino, nativo di Malalbergo, fra Bologna e Ferrara, può dunque considerarsi, per parecchi lineamenti, come il tipo del Brighella emiliano. Ma, a differenza del Brighella bergamasco, che celava il volto sotto una truce maschera e non rifuggiva dal servirsi della violenza per realizzare i suoi propositi, Narcisino conta su un’unica arma: quell’astuzia paesana che lo accosta, per qualche aspetto, alla tradizione emiliana del contadino scaltro e spiritoso, espressasi nelle immortali figure di Bertoldo e Bertoldino. I bolognesi avevano già un’altra maschera, il dottor Ballanzone, che parlava nel loro dialetto, infiorettandolo con dotte ma strampalate citazioni latine; al bolognese dei signori, parlato da Ballanzone, Narcisino oppone la parlata contadina, meno esornata, ma assai più pungente ed efficace. La maschera di Malalbergo, d’altra parte, non venne impiegata soltanto nella parte del servitore, ma impersonò anche il padre, il tutore, il padrone, sempreché si trattasse di personaggi testardi e maliziosi, finché, col tempo, finì con lo specializzarsi nell’intrattenere il pubblico durante gli intervalli con frizzi, galanterie, satire e piccole mordaci moralità. Sbucava dietro il sipario portando in capo un cappello di paglia, simile a quello dei mietitori, dal quale spiovevano sulle spalle i capelli, alla maniera contadina; talvolta teneva sul braccio il tabarro, il tipico mantello degli emiliani poveri, oppure reggeva un paniere colmo di frutta, e si produceva in discorsi mordenti tali da inimicargli in più d’un caso la censura e di far parlare di lui, nella storia del teatro, come di un precursore del famoso Pasquino.

FRITELLINO

Prima ancora che si affermassero sulle scene italiane le celebri maschere di Arlecchino, Pulcinella, Brighella, Pantalone, che i nostri comici resero celebri in tutta Europa, il teatro era dominato da figure di mimi e di interpreti il cui ricordo andò perduto nel tempo e i cui tipi si richiamavano agli esecutori di quegli antichi canti fescennini, schietti ma piuttosto sboccati, che furono per parecchi secoli il maggior divertimento dei romani, Unica traccia di quelle figure ci resta in un volume che il francese Callot, stabilitosi a Firenze per studi d’arte, compilò raccogliendo una cinquantina di ritratti, desunti dall’attualità teatrale di quel tempo e tra i quali domina, accanto al tipo di Coviello, scaltro e fanfarone, il personaggio di Fritellino, con sciabola al fianco, un drappo scarlatto avvolto intorno al collo e un copricapo ornato di piume, lungo e appuntito, la cui forma ricorda i tradizionali berretti della goliardia. Fritellino godette nel ‘500 una popolarità pari almeno a quella che si conquistò più tardi il bergamasco Arlecchino, come lui agile e destro, tanto che numerosi comici della fine del secolo interpretarono alternativamente i due personaggi, portando sul viso, in entrambi i casi, quella maschera nera che Arlecchino, nonostante le numerose trasformazioni subite dal suo tipo e dal suo costume nel tempo, non smetterà mai, Fritellino figurerà spesso in coppia anche con un altro curioso personaggio, il Franca-Trippa, armato di una spada di legno, e assumerà in qualche lavoro anche il nome di Gian Fritello, soprattutto nelle interpretazioni del comico Pietro Maria Cecchini che, dopo aver dominato per molti anni le scene italiane, fu chiamato nel 1612 alla corte del l’imperatore tedesco Mattia che lo tenne in grande onore e lo favorì al punto di conferirgli un titolo nobiliare.

Sussurrato daLuli

Comedia dell’arte – riprodotto con testi di Sam Carcano dalla Collana Artistica dei Laboratori Farmaceutici Maestretti di Milano negli anni 1954-1955 . Le incisioni di Maurice Sand sono tratte da un’edizione francese del 1859. Le tavole e la descrizione qui riprodotta sono tratte da un edizione dei LABORATORI FARMACEUTICI MAESTRETTI di Milano
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13 thoughts on “Comedia dell’arte: Maschere (2)

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