Il Guardiano del Faro


Keeping the Light - Darrell Bush - World-Wide-Art.com

Si concesse di chiudere gli occhi per qualche secondo, godendo della sensazione degli spruzzi di acqua, godendo della sensazione degli spruzzi di acqua salata sul viso.
Riaprendoli, vide in lontananza Gråskär e il cuore le balzò nel petto.
Era sempre così, quando avvistava l’isola e la casetta con il faro che svettava bianco e fiero verso il cielo azzurro.Era ancora troppo distante per poter vedere il colore della casa, ma ricordava la sfumatura grigia del legno e i cantoni bianchi, e anche le malvarose che crescevano contro la parete meno esposta al vento. Era il suo rifugio, il suo paradiso.

Come può un semplice raggio fare la differenza per così tante vite? Come possono tante persone fidarsi di quella luce e di quelli che la custodiscono?
Solo da adulto, ho capito perché mi affascinano tanto queste magnifiche torri. Sono sempre stato rapito dal fascio di luce brillante del faro, e dal suo scopo: guidare le navi e i suoi equipaggi in acque sicure. Pioggia o nebbia, tempesta o foschia, la luce è sempre là, dietro la lente di cristallo, una sorta di muro trasparente posto innanzi alla fonte luminosa per amplificarne la forza.

(Sergio Bambarén Il guardiano del faro)

La vista era come sempre bella da togliere il fiato: da un lato si vedevano solo mare e orizzonte ma dall’altro si estendeva l’arcipelago con le sue isole e i suoi scogli. Da molti anni il faro non era più in uso e ormai era una specie di monumento al passato. La lampada era spenta e lamiere e bulloni arrugginivano lentamente …

Pictures

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Fiore di loto


Tantissimo tempo fa, alla foce del Po, in una grande e bellissima palude c’era una zona ricoperta di Fiori di Loto bianchi e rosa. Questi fiori proteggevano il regno delle Fate dell’acqua, ma nessun essere umano poteva vederlo.

Si narrava che era molto pericoloso cercare di vedere le Fate e il loro regno. Gli abitanti dei villaggi vicini avevano un grande rispetto per la palude.
C’era un ragazzo che però non temeva le Fate, anzi cercava di scorgerle tuffandosi proprio dove si pensava ci fosse la porta per il loro regno.

Un giorno riuscì a trovare il regno delle Fate e queste gli offrirono un dono: poteva scegliere tra un forziere colmo di monete d’oro o una splendida Fata, la creatura più belle che lui avesse mai visto.
Il ragazzo scelse il forziere, pensando di aiutare sua sorella, rimasta vedova con un bambino piccolo.

Le monete d’oro non finivano mai e finalmente la famiglia del giovane poteva vivere agiatamente, ma lui era ossessionato dal ricordo della bellissima Fata che avrebbe potuto scegliere.

Passava così le sue giornate in barca nella palude alla ricerca del regno delle Fate, senza mangiare, ne bere, ne dormire. Alla fine morì.

Le Fate decisero di punirlo per aver fatto la scelta sbagliata, per non aver voluto scegliere l’amore: tutti i primogeniti discendenti dalla sua famiglia erano condannati a non conoscere mai l’amore.

Trippy Art

SIMBOLOGIA FEMMINILE

Come accade per altri fiori, anche il Loto viene associato a simbolismi femminili. Essendo un fiore legato all’immortalità, alla creazione ed alla rigenerazione, il loto viene inevitabilmente associato a un principio femminile, indicando grazia, fertilità e fecondità, tutte virtù tipiche del mondo femminile.

Questo simbolismo prende spunto dalla forma del fiore di loto, un calice che sembra raffigurare il ventre femminile da cui nasce la vita. Per questo simbolismo dai tratti molto potenti e suggestivi, il loto è stato utilizzato nelle leggende e nei racconti sulla nascita degli dei.

Molte divinità indù sono raffigurare mentre siedono su un grande fiore di loto e di loro si narra proprio che siano nate da un fiore che si è aperto al mattino. Anche Buddha, il profeta del Buddismo, secondo la tradizione, sembra sia nato da un fiore di loto.

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IL LOTO E I SUOI COLORI

Anche il colore dei diversi fiori di loro viene associato a un particolare simbolismo.

Quelli bianchi indicano la purezza, intesa come stato dell’anima e della mente, ma anche la perfezione spirituale.

Il loto rosa è simbolo della divinità ed è quello maggiormente usato nelle cerimonie delle religioni orientali. Il loto viola è considerato il fiore degli asceti e di tutti coloro che si dedicano alla meditazione ed al raggiungimento della perfezione spirituale.

Il loto blu simboleggia la vittoria dello spirito sulle passioni, ma ha anche il significato di saggezza ed intelligenza.

Il loto con fiori dorati rappresenta il raggiungimento dell’illuminazione.

In tutti i diversi fiori di loto primeggia un significato comune, ovvero il predominio dello spirito e della coscienza su tutto ciò che è materiale e meschino.

Saggezza, perfezione, intelligenza, purezza e conoscenza di sé sono i principi su cui si fondano molte religioni e che il loto, con la sua rara bellezza, è in grado di interpretare al meglio.

Throat Chakra you fill my spirit with a sky of infinite blue opening all that I am holding back helping me trust and express what is true so I can speak up for myself and others, too. Your healing energy reaches deep inside to a silent place where I can hear my inner voice telling me I have a choice. To whisper, to cry, to shout. To sing and rejoice and say all that is in my heart.  Healing Lotus - Throat Chakra prose by Carol Cavalaris

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Pasqua


pasqua

Campane di Pasqua festose
che a gloria quest’oggi cantate,
oh voci vicine e lontane
che Cristo risorto annunciate,
ci dite con voci serene:
Fratelli, vogliatevi bene!
Tendete la mano al fratello,
aprite la braccia al perdono;
nel giorno del Cristo risorto
ognuno risorga più buono!
E sopra la terra fiorita,
cantate, oh campane sonore,
ch’è bella, ch’è buona la vita,
se schiude la porta all’amore.
(Gianni Rodari):

Picture of The Light of His Love

Sussurrato dafiori_7 Luli
Buona Pasqua
:

L’amicizia si tinge di nostalgia


I mattini d’allora…
Portavano negli occhi
una profonda luce immacolata,
un fresco fiore di desiderio in bocca,
nelle mani una piccola gioia inaspettata.
I mattini d’allora…
Ci chiamavano per nome,
ch’era tempo di ridere, di cantare, d’amare.
L’amico correva all’amico, a rinnovare
il patto di fraterna comunione.
I mattini d’allora…
Ci venivano incontro
per le pallide vie della piccola città


col passo molle e baldo delle giovani donne
calde di sconosciute voluttà.
I mattini d’allora…
Ci traevano incantati
a veder le robinie piegate dalla rugiada,
i giaggioli d’oro su le prode dei fossati,
le mille meraviglie della strada.
I mattini d’allora…
d’allora!
Il nostro cuore era semplice e
buono e senza ferita.
Un’amata ci dava tutto il suo amore:
la vita.

Diego Valeri

A Rita Gea fiori_7sussurrato da Luli

Le Palme e l’Ulivo


Con la Domenica delle Palme,  la simbologia rimanda  all’entrata trionfale di Gesù Cristo in Gerusalemme prefigurando la Resurrezione dopo la morte, o anche come simbolo della resurrezione dei martiri così come citato nell’Apocalisse (7, 9) inizia la Settimana Santa durante la quale si rievocano gli ultimi giorni della vita terrena di Cristo e vengono celebrate la sua Passione, Morte e Risurrezione. Il racconto dell’ingresso di Cristo a Gerusalemme è presente in tutti e quattro i Vangeli, ma con alcune varianti: quelli di Matteo e Marco raccontano che la gente sventolava rami di alberi, o fronde prese dai campi, Luca non ne fa menzione mentre solo Giovanni parla di palme (Mt 21,1-9; Mc 11,1-10; Lc 19,30-38; Gv 12,12-16).

La palma è simbolo di trionfo, acclamazione e regalità,  nel suo significato è quello della vittoria, dell’ascesa, della rinascita e dell’immortalità. è allegoria dell’araba fenice che risorge dalle sue ceneri e dell’ albero della vita, simbolo dell’immortalità dell’anima. La palma della dea Vittoria è un’iconografia nata in epoca greco-romana. La palma nella mano della Nike di Efeso, la simbologia cristiana, presente fin dall’epoca paleocristiana è legata a un passo dei Salmi, dove si dice che come fiorirà la palma così farà il giusto: la palma infatti produce un’infiorescenza quando sembra ormai morta, così come (con una similitudine) i martiri hanno la loro ricompensa in paradiso.

L’episodio rimanda alla celebrazione della festività ebraica di Sukkot, la “festa delle Capanne”, in occasione della quale i fedeli arrivavano in massa in pellegrinaggio a Gerusalemme e salivano al tempio in processione. Ciascuno portava in mano e sventolava il lulav, un piccolo mazzetto composto dai rami di tre alberi, la palma, simbolo della fede, il mirto, simbolo della preghiera che s’innalza verso il cielo, e il salice, la cui forma delle foglie rimandava alla bocca chiusa dei fedeli, in silenzio di fronte a Dio, legati insieme con un filo d’erba (Lv. 23,40). Spesso attaccato al centro c’era anche una specie di cedro, l’etrog (il buon frutto che Israele unito rappresentava per il mondo). Il cammino era ritmato dalle invocazioni di salvezza (Osanna, in ebraico Hoshana) in quella che col tempo divenuta una celebrazione corale della liberazione dall’Egitto: dopo il passaggio del mar Rosso, il popolo per quarant’anni era vissuto sotto delle tende, nelle capanne; secondo la tradizione, il Messia atteso si sarebbe manifestato proprio durante questa festa.

Il ramoscello di ulivo è invece simbolo della pace. Le origini si fanno risalire all’episodio biblico del diluvio universale. Quando il diluvio cessò, Noè fece volare prima un corvo per vedere se si fossero ritirate le acque dalla terra, e poi una colomba, ma entrambi “non trovando dove posare la pianta del piede, tornarono a lui nell’arca, perché c’era ancora l’acqua su tutta la terra.” Dopo una settimana Noè ritentò inviando la colomba che “tornò a lui sul far della sera; ecco, essa aveva nel becco un ramoscello di ulivo. Noè comprese che le acque si erano ritirate dalla terra.”
Il ramoscello di ulivo è simbolo della pace, perché Dio stesso, a conclusione del diluvio promise nella Genesi (9:11) “Io stabilisco la mia alleanza con voi: non sarà più distrutto nessun vivente dalle acque del diluvio, né più il diluvio devasterà la terra”. Nelle zone in cui non crescono né l’ulivo, né palma, come nell’Europa del Nord, i rametti sono sostituiti da fiori e foglie intrecciate.

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Buona Domenica delle Palme

 

Feronia


Stampa di arte dea primavera, Persefone, mitologia greca, limited edition 5 x 7

Antica dea italica, Feronia, era una divinità strettamente legata alla natura, alla fertilità, ai boschi e alle fonti. Figura femminile che si riallaccia all’immagine della donna come magica sorgente di vita, alla sua fecondità come a quella delle messi, estende la sua protezione ai malati e agli schiavi che vengono affrancati, ossia liberati dalla schiavitù. Secondo alcuni autori, sembra che tutelasse anche tutte le ricchezze che dal sottosuolo venivano portate alla luce del sole (pietre e metalli preziosi). Per tale ragione veniva probabilmente associata alla greca Persefone, in quanto è stato ipotizzato che il suo nome, originariamente, fosse Fersefonia.

Altre ipotesi fanno derivare il termine Feronia da fera (animale selvatico), quindi sarebbe stata la dea latina protettrice delle fiere, delle belve feroci, dalla quale deriva un probabile collegamento con la maga Circe, attorniata da creature non proprio pacifiche, come lupi e leoni. Il centro di culto più importante dedicato a Feronia era situato nel territorio di Capena, a nord di Roma, vicino a Fiano Romano, ai confini con quello sabino, ed è denominato Lucus Feroniae, dove sono stati rinvenuti i resti archeologici di un bosco sacro e di un santuario.

The Art Of Animation

Una leggenda narra che, nonostante un incendio, il bosco sacro alla dea rimase intatto tra le fiamme, anzi rinverdì. Il Lucus (bosco sacro) di Feronia sorge su una piattaforma di travertino e ha origini molto remote, così come antichissime sono le origini del culto della dea. Si tratta di un culto italico e se ne trovano corrispondenze anche nei santuari di Trebula Mutuesca, Terracina, Amiterno e in Umbria. A Narni, in provincia di Terni, poco distante dalla Rocca che sovrasta la città, si trova tuttora la fonte di Feronia. Tale luogo costituirebbe un ulteriore spazio di culto dedicato a Feronia in territorio umbro antico.

La fonte risale ai tempi preromani ed è dedicata alla dea venerata tra i Sabini, i Volsci e gli Etruschi. Feronia era la personificazione dell’eterna primavera, protettrice delle sorgenti e delle acque: a Narni era circondata da una devozione particolare. L’acqua della fonte di Feronia è sempre stata apprezzata dagli abitanti di Narni per la sua purezza e leggerezza, visitata da molti di loro nonostante il luogo di culto si trovi distante dal centro abitato. Antichi documenti di Narni parlano di questa fonte e in uno di essi “si ingiunge che nessuna offesa sia fatta alle donne che vanno ad attingere acqua alla sorgente di Feronia, sia all’andata che al ritorno”

(Daniela Nipoti – Il Grande Libro delle Dee Europee)

 

*FAIRY
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Benvenuta Primavera

Ricordo del padre


arte Vickie Wade

Sempre che un giardino m’accolga

io ti riveggo, Padre, fra aiuole,

lievi le mani su corolle e foglie,

vivo riveggo carezzare tralci,

allevi rose e labili campanule,

silenzioso ti smemorano i giacinti,

stai fra colori e caldi aromi, Padre,

solitario trovando, ivi soltanto,

pago e perfetto senso all’esser tuo.

Sibilla Aleramo

 

Sussurrato da fiori_7Luli

Felice Festa del Papà

Donne Appassionate


Le ragazze al crepuscolo scendendo in acqua,
quando il mare svanisce, disteso. Nel bosco
ogni foglia trasale, mentre emergono caute
sulla sabbia e si siedono a riva. La schiuma
fa i suoi giochi inquieti, lungo l’acqua remota.

Le ragazze han paura delle alghe sepolte
sotto le onde, che afferrano le gambe e le spalle:
quant’è nudo, del corpo. Rimontano rapide a riva
e si chiamano a nome, guardandosi intorno.
Anche le ombre sul fondo del mare, nel buio,
sono enormi e si vedono muovere incerte,
come attratte dai corpi che passano. Il bosco
è un rifugio tranquillo, nel sole calante,
più che il greto, ma piace alle scure ragazze
star sedute all’aperto, nel lenzuolo raccolto.

Stanno tutte accosciate, serrando il lenzuolo
alle gambe, e contemplando il mare disteso
come un prato al crepuscolo. Oserebbe qualcuna
ora stendersi nuda in un prato? Dal Mare
balzerebbero le alghe, che sfiorano i piedi,
a ghermire e ravvolgere il corpo tremante.
Ci son occhi nel mare, che traspaiono a volte.

Quell’ignota straniera, che nuotava di notte
sola e nuda, nel buio quando la luna,
è scomparsa una notte e non torna mai più.
Era grande e doveva esser bianca abbagliante
perchè gli occhi, dal fondo del mare, giungessero a lei.

Cesare Pavesefiori_7

Sussurrato da Luli Buon 8 Marzo 

La luce leggera nel vento


Il primo impressionista americano Charles Courtney Curran è stato memorabile sia per i suoi interni eleganti e per i ritratti esterni di donne e bambini, sia per il suo ruolo di leader nella colonia d’arte di Cragsmoor. Spesso paragonati ai colleghi impressionisti americani Mary Cassatt, Frank Benson e Edmund Charles Tarbell, i dipinti iconici di Curran raffiguranti graziose giovani donne in abiti fluidi che si contrappongono alla vasta distesa della natura attirata dalla critica d’arte e dal pubblico, così come dai suoi contemporanei. Le tecniche impressionistiche di Curran che utilizzano pennellate sciolte e una tavolozza vivida combinate con i suoi soggetti nostalgici racchiudono la piacevole bellezza estiva di Cragsmoor. 

Non c’è dubbio che il lavoro dell’artista americano Charles Courtney Curran (1861-1942), formatosi in Francia, riflette i movimenti estetici che hanno influenzato l’arte americana alla fine del XIX e all’inizio del XX secolo.

Elementi di naturalismo, simbolismo, tonalismo e, sì, persino impressionismo, sono tutti evidenti in un’opera artistica che copre cinque decenni di produzione, come riassunto nella mostra “Charles Courtney Curran: Seeking the Ideal”, che ha aperto il 30 ottobre a il Frick Art Museum di Point Breeze.

Una mostra itinerante che ha avuto origine alla Dixon Gallery & Gardens di Memphis, presenta circa 60 opere di un pittore che era davvero ossessionato dal farlo nel modo giusto. Ha impregnato le sue tele con un opprimente senso di luce naturale, fresco e palpabile come un giorno d’estate.

Come i visitatori vedranno, la mostra è giustamente intitolata, poiché la ricerca di Curran di una bellezza ideale non è stata raggiunta solo da questa elegante manipolazione della luce, ma anche scegliendo di dipingere soggetti eleganti, come sua moglie, Grace, la figlia Emily e la donne e ragazze che hanno circondato la loro residenza estiva a Cragsmoor Colony, una residenza di artisti nella contea di Ulster, NY

Dal 1911 al 1913, Curran pubblicò lezioni d’arte in stampa per la rivista Palette and Bench. Come ha scritto nel numero di dicembre 1908: “Dato un raggio di sole, un gruppo di peonie doppie e una bella ragazza per materia, sembrerebbe a prima vista facile dipingere un’immagine, per unire la bellezza dei fiori e la bellezza della donna e copiarli direttamente sulla tela. Ma c’è molto altro da prendere in considerazione. “

Sarah Hall, direttrice degli affari curatoriali al Frick Art Museum, afferma che la mostra è installata “in una cronologia spericolata” e gli spettatori avranno tutti i diversi temi che ha esaminato nel tempo.

“Abbiamo circa 50 anni della sua carriera qui”, dice Hall. “Ci sono un paio di immagini molto potenti in questo spettacolo che la gente probabilmente riconoscerà.”

I dipinti di genere americano post-guerra civile occupano gran parte della prima parte della mostra, con dipinti come “Mumblety-Peg” (1885) che mostrano i bambini in gioco e “Shadow Decoration” (1887).

Curran rappresentava raramente persone al lavoro; tuttavia, nel 1887, completò una piccola serie di dipinti di donne che facevano quel temuto lavoro del 19 ° secolo – lavanderia – visto in “Hanging Out the Clothes” (1887).

L’artista francese di Barbizon di pochi decenni prima, Jean-Francois Millet (1814-75), potrebbe aver reso popolare queste donne della classe operaia, ma nelle mani esperte di Curran, le sue lavandaie non mostrano nulla della natura ardua e spiacevole del compito.

Invece, era attratto dai fogli chiazzati di sole e fluttuanti e dall’opportunità di ritrarre una figura femminile all’aperto.

“È davvero una serie giovanile di successo per lui”, dice Hall. “Le vendite di questi dipinti gli consentono di risparmiare abbastanza denaro per sposare Grace e andare a Parigi per studiare presso l’Academie Julian.”

Nato in una famiglia borghese del Kentucky, Curran trascorse gran parte della sua infanzia a Sandusky, nell’Ohio, sulle rive del Lago Erie.

Ha iniziato a studiare arte a Cincinnati e, nel 1882, si era trasferito a New York per studiare alla National Academy of Design e alla Art Students ‘League. Fece parte di una generazione di artisti che raggiunse la maggiore età dopo il 1870 e si accalcò a Parigi come centro del mondo dell’arte, come il suo amico John Singer Sargent (1856-1925).

“Una volta che si trasferisce a Parigi e capisce il potere delle fiere del mondo, è diventato molto bravo a fare il suo lavoro di fronte alle persone e non ha mai avuto un rivenditore”, dice Hall.

Il primo pezzo per attirare l’attenzione internazionale è stato “Lotus Lilies” dipinto nel 1888. Rimane una delle immagini più iconiche dell’artista fino ad oggi.

“Curran portò questo dipinto con lui a Parigi, dove vinse una medaglia al Salon di Parigi del 1890”, dice Hall.

“Lotus Lilies” rende omaggio alla sua giovane sposa, Grace, l’estate in cui si sono sposati. Curran ritrae sua moglie e sua cugina, Charlotte Adams Taylor, in una barca a remi circondata dalle fioriture gialle e piene di gigli di loto – un simbolo di purezza fisica e spirituale. L’ambientazione idilliaca del dipinto è l’Old Woman Creek, parte dell’estuario del lago Erie dove ancora oggi si trovano i gigli di loto.

Un’altra opera d’autore, “On the Heights” del 1909, attira l’attenzione, se non per il notevole senso della luce contenuta all’interno, quindi per la sontuosa cornice art nouveau che la circonda.

Dipinto a Cragsmoor, presenta tre ragazze, vestite di bianchi d’estate, che regolarmente trascorre l’estate presso la colonia artistica, posate su Bear Hill, una scogliera preferita di Curran.

Guardando in ogni angolo l’essenza della giovinezza e della bellezza, con i loro vestiti larghi, le maniche arrotolate e i capelli semplici e pettinati, riflettono lo stile popolare della “ragazza Gibson” dell’epoca. “Hanno uno sguardo di determinazione che racconta la storia delle donne al culmine del nuovo secolo”, dice Hall.

Ci sono molti altri dipinti così potenti in mostra, tutti con quel sorprendente senso di luce e freschezza che Curran ha catturato così bene.

Vale la pena notare che tra i numerosi collezionisti e istituzioni che hanno prestato lavoro per questa mostra, il Frick Art & Historical Center ha prestato “Woman With a Horse and Carriage” (1890), che in genere è appeso nella biblioteca di Clayton, la casa della famiglia Frick per motivi di centro.

Si unirà agli altri lavori mentre “Seeking the Ideal” si recherà al Columbia Museum of Art in South Carolina, dopo che lo spettacolo si è chiuso qui il 1 febbraio.

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File:Charles Courtney Curran - Lotus Lilies.jpg

L’Amore: A Juliette Drouet


Faccio tutto ciò che posso
perché il mio amore
non ti disturbi,
ti guardo di nascosto,
ti sorrido quando non mi vedi.
Poso il mio sguardo
e la mia anima ovunque
vorrei posare i miei baci:
sui tuoi capelli,
sulla tua fronte,
sui tuoi occhi,
sulle tue labbra,
ovunque le carezze
abbiano libero accesso.

Victor Hugo -A Juliette Drouet-

Gostaria de se abraçada pela galáxia e assim aprender toda sua história

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Le leggende d’amore su San Valentino


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Leggenda dell’Amore Sublime

Questa leggenda narra di un giovane centurione romano di nome Sabino che, passeggiando per una piazza di Terni, vide una bella ragazza di nome Serapia e se ne innamorò follemente. Sabino chiese ai genitori di Serapia di poterla sposare ma ricevette un secco rifiuto: Sabino era pagano mentre la famiglia di Serapia era di religione cristiana. Per superare questo ostacolo, la bella Serapia suggerì al suo amato di andare dal loro Vescovo Valentino per avvicinarsi alla religione della sua famiglia e ricevere il battesimo, cosa che lui fece in nome del suo amore. Purtroppo, proprio mentre si preparavano i festeggiamenti per il battesimo di Sabino (e per le prossime nozze), Serapia si ammalò di tisi. Valentino fu chiamato al capezzale della ragazza oramai moribonda. Sabino supplicò Valentino affinché non fosse separato dalla sua amata: la vita senza di lei sarebbe stata solo una lunga sofferenza. Valentino battezzò il giovane, ed unì i due in matrimonio e mentre levò le mani in alto per la benedizione, un sonno beatificante avvolse quei due cuori per l’eternità.

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Leggenda della Rosa della Riconciliazione

Un giorno San Valentino sentì passare, al di là del suo giardino, due giovani fidanzati che stavano litigando. Decise di andare loro incontro con in mano una magnifica rosa. Regalò la rosa ai due fidanzati e li pregò di riconciliarsi stringendo insieme il gambo della rosa, facendo attenzione a non pungersi e pregando affinché il Signore mantenesse vivo in eterno il loro amore. Qualche tempo dopo la giovane coppia tornò da lui per invocare la benedizione del loro matrimonio. La storia si diffuse e gli abitanti iniziarono ad andare in pellegrinaggio dal vescovo di Terni il 14 di ogni mese. Il 14 di ogni mese diventò così il giorno dedicato alle benedizioni, ma la data è stata ristretta al solo mese di febbraio perché in quel giorno del 273 San Valentino morì.

Leggenda dei Bambini 

San Valentino possedeva un grande giardino pieno di magnifici fiori dove permetteva a tutti i bambini di giocare. Si affacciava sovente dalla sua finestra per sorvegliarli e per rallegrarsi nel vederli giocare. Quando veniva sera, scendeva in giardino e tutti i bambini lo circondavano con affetto ed allegria. Dopo aver dato loro la benedizione regalava a ciascuno di loro un fiore raccomandando di portarlo alle loro mamme: in questo modo otteneva la certezza che sarebbero tornati a casa presto e che avrebbero alimentato il rispetto e l’amore nei confronti dei genitori. Da questa leggenda deriva l’usanza di donare dei piccoli regali alle persone a cui vogliamo bene. Leggenda dei Colombini Il sacerdote Valentino possedeva un grande giardino che nelle ore libere dall’apostolato coltivava con le proprie mani. Tutti i giorni permetteva ai bambini di giocare nel suo giardino, raccomandando che non avessero fatto danni, perché poi la sera avrebbe egli regalato a ciascuno un fiore da portare a casa. Un giorno, però, vennero dei soldati e imprigionarono Valentino perchè il re lo aveva condannato al carcere a vita. I bambini piansero tanto. Valentino, stando in carcere pensava a loro, e al fatto che non avrebbero più avuto un luogo sicuro dove giocare. Ci pensò il Signore. Fece fuggire dalla gabbia del distratto custode due dei piccioni viaggiatori che Valentino teneva in giardino. Questi piccioni, guidati da un misterioso istinto, trovarono il carcere dove stava chiuso il loro santo padrone. Si posarono sulle sbarre della sua finestra e presero a tubare fortemente. Valentino li riconobbe, li prese e li accarezzò. Poi legò al collo di uno un sacchetto fatto a cuoricino con dentro un biglietto, ed al collo dell’altro legò una chiavetta. Quando i due piccioni fecero ritorno furono accolti con grande gioia. Le persone si accorsero di quello che portavano e riconobbero subito la chiavetta: era quella del giardino di Valentino. I bambini ed i loro familiari si trovavano fuori del giardino quando il custode lesse il contenuto del bigliettino. C’era scritto: “A tutti i bambini che amo, dal vostro Valentino”.

Soloillustratori: Miriam Story Hurford

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