Apollo e Clizia


– Clizia – Louis Welden Hawkins

La storia di Clizia è narrata nelle Fabulae di Igino e nella Metamorfosi di Ovidio. Il mito di Clizia: gli antichi greci amavano attribuire a molti fenomeni naturali un’origine divina, in particolare alla nascita di alberi, piante e fiori.
A tal proposito proponiamo una leggenda legata a un bellissimo fiore che è il girasole e a cui i greci hanno associato una dività ed una storia. Essa proviene dal noto IV libro delle Metamorfosi di Ovidio, che colleziona tanti altri miti legati a questo popolo e civiltà.

Venere, per vendicarsi di Apollo che l’aveva scoperta con Marte, lo fa innamorare della mortale Leucotoe, figlia di Orcamo, re degli Achemenidi, e di Eurinome.

Clizia era una giovane ninfa perdutamente innamorata di Apollo, il Dio Sole, che la sedusse per un breve periodo ma che poi ne rifiutò l’amore per una mortale, Leucotoe la figlia del re orientale Orcamo.

– Apollo e Leucotoe – Antoine Boizot XVIII secolo, Museo delle belle arti di Tours

Per riuscire a conquistarla si trasformò nella madre di lei. Entrato nella stanza dove stava tessendo con le ancelle, riuscì a rimanere solo con la fanciulla e a sedurla.
Presa da una folle gelosia, la ninfa decise di rivelare al re l’unione di sua figlia con il dio del Sole, e questo la fece seppellire viva. Apollo tentò di farla resuscitare, Apollo, nel tentativo di riportarla in vita, fece nascere una pianta d’incenso sul luogo della sua sepoltura.
Il dio, però, perduta l’amata, non volle più vedere Clizia e la ninfa cominciò a deperire, rifiutando di nutrirsi.
Perduta l’amata Leucòtoe, non volle più vedere Clizia, la quale, perciò, cominciò a deperire, rifiutando di nutrirsi e bevendo solamente la brina e le sue lacrime.
Clizia non si rassegnò mai: stava seduta giorno e notte in un campo a guardare il suo amato che attraversava il cielo dall’alba al tramonto e con la testa sempre in su ne seguiva il percorso senza mai distogliere lo sguardo.

Clizia trasformata in girasole – Charles de La Fosse (1688) Versailles, Musée National Chateau et Trianon

Tutto questo finché Apollo, impietosito, la trasformò in un fiore, in grado di cambiare inclinazione durante il giorno secondo lo spostamento del Sole nel cielo: il girasole appunto.

È uno dei fiori più affascinanti e, come avviene spesso, il linguaggio, luogo per eccellenza del mito e dell’immaginazione, ne porta il segno: girasole, tournesol, Sonnenblume, sunflower – nomi tutti che evidenziano un’affinità essenziale con la solarità.

E del resto, anche in questo caso, il nome Clizia deriva dal greco e significa proprio “colei che si inclina”, ovvero, secondo la polisemia del verbo, “colei che si inclina, si muta e ha la dedizione verso qualcosa”.

– Clizia – Frederic Leighton

Questa storia si può interpretare esotericamente.

Orcamo fu il primo a coltivare l’incenso (leucotoe), ed il Sole favorì questo esperimento, riscaldando l’ambiente e favorendone la flagranza. Il fatto che Clizia sia stata la causa della morte di Leucotoe deriva dal fatto che il girasole, fiore in cui fu convertita Clizia, fa perire l’albero di incenso.

Di seguito le citazioni dello scrittore Ovidio con cui vogliamo terminare questo articolo. L’amore è un sentimento profondo e ancora incompreso:

“Benché trattenuta dalla radice,

essa si volge sempre verso il suo Sole,

e anche così trasformata gli serba amore”

“Mai più il Sole, signore della luce,

volle avvicinarsi a Clizia e godersi con lei piaceri d’amore.

Da allora, travolta dalla follia della sua passione,

la ninfa, incapace di arrendersi,

si strugge e notte e giorno sotto il cielo

giace sulla nuda terra a capo nudo coi capelli scomposti.

Per nove giorni, senza toccar acqua o cibo,

interrompe il digiuno solo con rugiada e lacrime;

non si muove da terra:

Illustration by Margaret W. Tarrant (1888-1959)

non faceva che fissare nel suo corso il volto del nume,

seguendolo con gli occhi.

Si dice che il suo corpo aderisse al suolo e

che un livido pallore trasformasse parte del suo incarnato

in quello esangue dell’erba;

un’altra parte è rossa e un fiore simile alla viola le ricopre il volto.

Malgrado una radice la trattenga,

sempre si volge lei verso il suo Sole e

pur così mutata gli serba amore”. 

 (Publio Ovidio Nasone – Metamorfosi, IV)

– Clizia – 1887 Evelyn De Morgan

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L’Amore: A Juliette Drouet


Faccio tutto ciò che posso
perché il mio amore
non ti disturbi,
ti guardo di nascosto,
ti sorrido quando non mi vedi.
Poso il mio sguardo
e la mia anima ovunque
vorrei posare i miei baci:
sui tuoi capelli,
sulla tua fronte,
sui tuoi occhi,
sulle tue labbra,
ovunque le carezze
abbiano libero accesso.

Victor Hugo -A Juliette Drouet-

Gostaria de se abraçada pela galáxia e assim aprender toda sua história

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Le leggende d’amore su San Valentino


Just Pink by donsaid on DeviantArt

Leggenda dell’Amore Sublime

Questa leggenda narra di un giovane centurione romano di nome Sabino che, passeggiando per una piazza di Terni, vide una bella ragazza di nome Serapia e se ne innamorò follemente. Sabino chiese ai genitori di Serapia di poterla sposare ma ricevette un secco rifiuto: Sabino era pagano mentre la famiglia di Serapia era di religione cristiana. Per superare questo ostacolo, la bella Serapia suggerì al suo amato di andare dal loro Vescovo Valentino per avvicinarsi alla religione della sua famiglia e ricevere il battesimo, cosa che lui fece in nome del suo amore. Purtroppo, proprio mentre si preparavano i festeggiamenti per il battesimo di Sabino (e per le prossime nozze), Serapia si ammalò di tisi. Valentino fu chiamato al capezzale della ragazza oramai moribonda. Sabino supplicò Valentino affinché non fosse separato dalla sua amata: la vita senza di lei sarebbe stata solo una lunga sofferenza. Valentino battezzò il giovane, ed unì i due in matrimonio e mentre levò le mani in alto per la benedizione, un sonno beatificante avvolse quei due cuori per l’eternità.

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Leggenda della Rosa della Riconciliazione

Un giorno San Valentino sentì passare, al di là del suo giardino, due giovani fidanzati che stavano litigando. Decise di andare loro incontro con in mano una magnifica rosa. Regalò la rosa ai due fidanzati e li pregò di riconciliarsi stringendo insieme il gambo della rosa, facendo attenzione a non pungersi e pregando affinché il Signore mantenesse vivo in eterno il loro amore. Qualche tempo dopo la giovane coppia tornò da lui per invocare la benedizione del loro matrimonio. La storia si diffuse e gli abitanti iniziarono ad andare in pellegrinaggio dal vescovo di Terni il 14 di ogni mese. Il 14 di ogni mese diventò così il giorno dedicato alle benedizioni, ma la data è stata ristretta al solo mese di febbraio perché in quel giorno del 273 San Valentino morì.

Leggenda dei Bambini 

San Valentino possedeva un grande giardino pieno di magnifici fiori dove permetteva a tutti i bambini di giocare. Si affacciava sovente dalla sua finestra per sorvegliarli e per rallegrarsi nel vederli giocare. Quando veniva sera, scendeva in giardino e tutti i bambini lo circondavano con affetto ed allegria. Dopo aver dato loro la benedizione regalava a ciascuno di loro un fiore raccomandando di portarlo alle loro mamme: in questo modo otteneva la certezza che sarebbero tornati a casa presto e che avrebbero alimentato il rispetto e l’amore nei confronti dei genitori. Da questa leggenda deriva l’usanza di donare dei piccoli regali alle persone a cui vogliamo bene. Leggenda dei Colombini Il sacerdote Valentino possedeva un grande giardino che nelle ore libere dall’apostolato coltivava con le proprie mani. Tutti i giorni permetteva ai bambini di giocare nel suo giardino, raccomandando che non avessero fatto danni, perché poi la sera avrebbe egli regalato a ciascuno un fiore da portare a casa. Un giorno, però, vennero dei soldati e imprigionarono Valentino perchè il re lo aveva condannato al carcere a vita. I bambini piansero tanto. Valentino, stando in carcere pensava a loro, e al fatto che non avrebbero più avuto un luogo sicuro dove giocare. Ci pensò il Signore. Fece fuggire dalla gabbia del distratto custode due dei piccioni viaggiatori che Valentino teneva in giardino. Questi piccioni, guidati da un misterioso istinto, trovarono il carcere dove stava chiuso il loro santo padrone. Si posarono sulle sbarre della sua finestra e presero a tubare fortemente. Valentino li riconobbe, li prese e li accarezzò. Poi legò al collo di uno un sacchetto fatto a cuoricino con dentro un biglietto, ed al collo dell’altro legò una chiavetta. Quando i due piccioni fecero ritorno furono accolti con grande gioia. Le persone si accorsero di quello che portavano e riconobbero subito la chiavetta: era quella del giardino di Valentino. I bambini ed i loro familiari si trovavano fuori del giardino quando il custode lesse il contenuto del bigliettino. C’era scritto: “A tutti i bambini che amo, dal vostro Valentino”.

Soloillustratori: Miriam Story Hurford

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I gatti lo sapranno


Yuliya Podlinnova Art

Ancora cadrà la pioggia
sui tuoi dolci selciati,
una pioggia leggera
come un alito o un passo.
Ancora la brezza e l’alba
fioriranno leggere
come sotto il tuo passo,
quando tu rientrerai.
Tra fiori e davanzali
i gatti lo sapranno.
ActuaLitté (@ActuaLitte) | Twitter
Ci saranno altri giorni,
ci saranno altre voci.
Sorriderai da sola.
I gatti lo sapranno.
Udrai parole antiche,
parole stanche e vane
come i costumi smessi
delle feste di ieri.
Farai gesti anche tu.
Risponderai parole –
viso di primavera,
farai gesti anche tu.
Tuxedo cat painting
I gatti lo sapranno,
viso di primavera;
e la pioggia leggera,
l’alba color giacinto,
che dilaniano il cuore
di chi più non ti spera,
sono il triste sorriso
che sorridi da sola.
Ci saranno altri giorni,
altre voci e risvegli.
Soffriremo nell’alba,
viso di primavera.

Cat in field  by Bruno Liljefors

Sussurrato dafiori_7 Luli
Buon Ponte Arcobaleno Isotta ❤ 

A Gesù bambino


Lisi Martin (1944, Spanish)

La notte è scesa
e brilla la cometa
che ha segnato il cammino.
Sono davanti a Te,
Santo Bambino!
Tu, Re dell’universo,
ci hai insegnato
che tutte le creature sono uguali,
che le distingue solo la bontà,
tesoro immenso,
dato al povero e al ricco.
Gesù, fa’ ch’io sia buono,
che in cuore non abbia che dolcezza.
Fa’ che il tuo dono
s’accresca in me ogni giorno
e intorno lo diffonda,
nel Tuo nome.

0620N - ORIGINAL FERRÁNDIZ - EDICIONES SUBI N.1945.2 - DIPTICA 17X11,5 CM - DATA 1982 (Postales - Dibujos y Caricaturas)

Buon Natale Sussurratofiori_7 da Luli

Pensandoti


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Teneramente abbraccio i miei pensieri
e sempre più li amo
perché e giacchè con essi ti richiamo
e ti ritrovo lungo i sentieri,
che raccontano la storia della vita,
della mia vita.

E sempre ti ritrovo,
nei crocicchi più importanti della mia memoria.
Li ripercorro quando sono solo,
rincantucciato tra le mie emozioni,
e lì, nel parco della mia memoria,
ci prendiamo per mano e, ridenti come non mai,
ridiamo, ridiamo, fino a sfondare il muro del futuro.

E anche lì ti vedo: sento che ci sei.
Non solo memoria,
ma storia vera della mia vita,
presenza pura:
antica e futura.

Sussurrato da fiori_7 Luli
Ovunque tu sia ... Buon Compleanno papà

La danza degli Gnomi


Fantasy city by ucchiey

Una vedova maritata ad un vedovo.  Il vedovo aveva una figlia della sua prima moglie mentre la vedova aveva una figlia del suo primo marito. La figlia di lui si chiamava Serena, la figlia di lei si chiamava Gordiana. La matrigna odiava Serena per quanto era bella buona e generosa,  regalava ogni cosa a Gordiana, altre sì brutta e perversa.
Questa famiglia abitava un castello principesco, a tre miglia dal villaggio e sulla la strada attraversava un crocevia, tra i faggi millenari di un bosco.
Nelle notti di plenilunio piccoli gnomi uscivano fuori dalle loro casette e  danzavano in tondo  facendo beffe terribili ai viaggiatori notturni.
La matrigna che che era al corrente di questi piccoli ometti, una sera di domenica dopo cena, disse alla figliastra:
– Serena, ho dimenticato il mio libro di preghiere nella chiesa del villaggio: “vai prendermelo”.
La ragazza rispose inquieta: – “Mamma, perdonate… è notte”.
– “C’è la luna più chiara del sole”! Rispose la donna.
– “Mamma, ho paura! Andrò domattina all’alba”…
– “Ti ripeto d’andare”! – replicò la matrigna.
ed ancora la piccola con un filo di voce: – “Mamma, lasciate venire Gordiana con me”…
– “Gordiana resta qui a tenermi compagnia. E tu va’”! Disse infine la donna.
Serena tacque, e rassegnata si pose in cammino. Giunse nel bosco e rallentò il passo, premendosi lo scapolare sul petto, con le due mani.
Ed ecco apparire fra gli alberi il crocevia spazioso, illuminato dalla luna piena.
E gli gnomi danzavano in mezzo alla strada.
Serena li osservò fra i tronchi, trattenendo il respiro. Erano gobbi e sciancati come vecchietti, piccoli come fanciulli, avevano barbe lunghe e rossigne, giubbini buffi, rossi e verdi, e cappucci fantastici.
Danzavano in tondo, con una cantilena stridula accompagnata dal grido degli uccelli notturni.
Serena rabbrividiva al pensiero di dover passare tra loro, però non vi era altra via e non potendo ritornare indietro senza il libro della matrigna, si  fece coraggio e al tremito che la scuoteva avanzò con passo tranquillo.
Appena la videro,  come per darle il passo, gli gnomi verdi si separarono da quelli rossi e fecero ala ai lati della strada.  Quando la bimba si trovò in mezzo a loro la chiusero in cerchio, danzando.

Fairies
Uno gnomo le porse un fungo e una felce, chiedendole: – “Bella bimba, danza con noi”!
– “Volentieri” – Rispose: -“Se questo può farvi piacere”… E fu così che Serena danzò al chiaro di luna.
Danzava con così tanta grazia che gli gnomi si fermarono in cerchio, ad ammirarla.
– “Oh! Che bella graziosa bambina”! – disse uno gnomo.
Un secondo disse: – “Ch’ella divenga della metà più bella e più graziosa ancora”.
Disse un terzo: – “Oh! Che bimba soave e buona”!
Un quarto ancora: – Ch’ella divenga della metà più ancora bella e soave!
Rispose il quinto: – “E che una perla le cada dall’orecchio sinistro ad ogni parola della sua bocca”- e il sesto: – “E che si converta in oro ogni cosa ch’ella vorrà”.
– “Così sia! Così sia! Così sia”!… – Esclamarono tutti con voce lieta e crepitante.
Ripresero la danza vertiginosa, tenendosi per mano, poi spezzarono il cerchio e scomparvero.
Serena proseguì il cammino, giunse al villaggio e trovando la chiesa chiusa, svegliò il sacrestano; e così ad ogni parola che lei diceva, una perla le usciva dall’orecchio sinistro, le rimbalzava sulla spalla e cadeva per terra. Il sacrestano si mise a raccoglierle sul palmo della mano.
Serena ebbe il libro e ritornò al castello paterno.
la piccola splendeva di una bellezza mai veduta, mentre la matrigna la guardava stupita disse: – “Non t’è occorso nessun guaio per via”?
– “Nessuno, mamma”- Rispose graziosamente, raccontando esattamente l’incontro con gli gnomi,  ad ogni parola una perla le cadeva dall’orecchio sinistro.
La matrigna si rodeva d’invidia. – “E il mio libro di preghiere”? – “Eccolo, mamma”.
La logora rilegatura di cuoio e di rame s’era convertita in oro tempestato di brillanti, la matrigna trasecolava.

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Ci pensò e ci ripensò e rimuginandoci sopra decise di tentare la stessa sorte per la figlia Gordiana.
La domenica successiva, alla stessa ora, disse a Gordiana di recarsi a prendere il libro nella chiesa del villaggio.
– “Così sola? Di notte? Mamma, siete pazza? Andateci voi”! – E Gordiana scrollò le spalle.
– “Devi ubbidire, cara, e sarò un gran bene per te, te lo prometto”. – decantò la madre con voce benigna.
Gordiana non era avvezza ad ubbidire, smaniò furibonda, e la madre fu costretta a cacciarla con le busse, per farla andare.
Quando giunse al crocevia, inargentato dalla luna, vide anch’essa quei piccoli gnomi che danzavano in tondo, e anche loro accorgendosi della sua presenza ripeterono il gioco: si divisero in due schiere ai lati della strada, poi la chiusero in cerchio; e uno di loro, come la volta scorsa per Serena, avanzò porgendole il fungo e la felce e invitandola garbatamente a danzare.
ma lei tutta impettita rispose: – Io danzo con principi e con baroni, non danzo di certo con brutti rospi come voi”- e gettò la felce e il fungo tentando di aprire la catena dei piccoli ballerini con pugni e con calci.
– Che bimba brutta e deforme! – disse uno gnomo.
Un secondo disse: – Ch’ella diventi della metà più ancora cattiva e villana.
– E che sia gobba! E che sia zoppa!
– E che uno scorpione le esca dall’orecchio sinistro ad ogni parola della sua bocca.
– E che si copra di bava ogni cosa ch’ella toccherà.
– Così sia! Così sia! Così sia!… – Urlarono tutti con voce irosa e crepitante, ripresero la danza prendendosi per mano, poi spezzarono la catena e nuovamente scomparvero.

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Gordiana scrollò le spalle, giunse alla chiesa, prese il libro e ritornò al castello.
Quando la madre la vide dié un urlo: – “Gordiana, figlia mia! Chi t’ha conciata così”?
– “Voi, madre snaturata, che mi esponete alla mala ventura”. e ad ogni parola, uno scorpione dalla coda forcuta le scendeva lungo la persona.
Trasse il libro di tasca e lo diede alla madre; ma questa lo lasciò cadere con un grido d’orrore. – “Che orrore! È tutto lordo di bava”! La madre era disperata di quella figlia zoppa e gobba, più brutta e più perversa di prima, la condusse nelle sue stanze, affidandola alle cure di medici che s’adoprarono inutilmente per risanarla.
Si era intanto sparsa pel mondo la fama della bellezza sfolgorante e della bontà di Serena, e da tutte le parti giungevano richieste di principi e di baroni; ma la matrigna perversa si opponeva ad ogni partito.
Il Re di Persegonia non si fidò degli ambasciatori, e volle recarsi in persona al castello per conoscere cotanta bellezza. Quando la vide, fu così rapito dal fascino soave di Serena che fece all’istante richiesta della sua mano.
La matrigna soffocava dalla bile; ma si mostrò ossequiosa al re e lieta di quella fortuna.
Ma nella sua malvagità  macchinava di sostituire a Serena la figlia Gordiana.
Furono fissate le nozze per la settimana seguente.

fairy art - Daniel Miraim
Il giorno dopo il Re mandò alla fidanzata orecchini e monili di valore inestimabile. Giunse il corteo reale a prendere la fidanzata, la matrigna coprì dei gioielli la figlia Gordiana e rinchiuse Serena in un cofano di cedro. Il Re scese dalla carrozza dorata e aprì lo sportello per farvi salire la futura Regina. Gordiana aveva il volto coperto d’un velo fitto e restava muta alle dolci parole dello sposo.
Sicchè lo sposo chiese:  – “Signora suocera, perché la sposa non mi risponde”?
– “È timida, Maestà” disse la matrigna.
– “Eppure l’altro giorno fu così garbata con me”… – continuò l’innamorato.
– “La solennità di questo giorno la rende muta” … rispose la donna.
Il Re guardava con affetto la sposa, esclamò:  – “Serena, scopritevi il volto, ch’io vi veda un solo istante”!
– “Non è possibile, Maestà” – interruppe la matrigna – “il fresco della carrozza la sciuperebbe! Dopo le nozze si scoprirà”.
il Re cominciava ad inquietarsi.
Proseguirono verso la chiesa, la madre in cuor suo si rallegrava di veder giungere a compimento la sua frode perversa.
Ma passando vicino ad un ruscello, Gordiana, smemorata ed impaziente, si protese dicendo: – “Mamma, ho sete”! non aveva detto tre parole che tre scorpioni neri scesero correndo sulla veste di seta candida.
Il Re e il suocero balzarono in piedi, inorriditi, e strapparono il velo alla sposa. Apparve il volto orribile e feroce di Gordiana.

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– Maestà, queste due perfide e malvagie donne volevano ingannarci. disse il suocero del Re. Fu così, che il Re fece arrestare il corteo nuziale a metà strada e l’innamorato Re  salì a cavallo  tornando velocemente al galoppo, al castello della fidanzata. Salì le scale e prese ad aggirarsi per le sale chiamando ad alta voce:  – “Serena! Serena! Dove siete”?
con una voce flebile – “Qui, Maestà”! rispose – “Dove”? incalzò il Re – “Nel cofano di cedro”! rispose dolcemente impaurita la giovane.
Il Re forzò il cofano con la punta della spada e sollevò il coperchio. Serena balzò in piedi, pallida e bella com’era, lui la sollevò sulle braccia, la pose sul suo cavallo e ritornò dove il corteo ancora fermo stava aspettando. Serena prese posto nella carrozza reale, tra il padre e il fidanzato. Furono celebrate le nozze regali.
Della matrigna e della figlia perversa, fuggite attraverso i boschi, non si ebbe più alcuna novella.

Guido Gozzano

Snow White, 1905 by Heinrich Lefler

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La fata del torrente


Romanticismo: IL SOGNO

Il torrente scendeva fragoroso  dalle montagne attraversando boschi verdi e grandi alberi, man mano che calava e si placava nei prati, al centro di una valle che in primavera ed estate si coprivano di ranuncoli e rododendri selvatici. Appoggiato alle pendici di una montagna, sempre protetto dai venti freddi, c’era un paese; i bambini andavo al torrente a giocare con i piedi nell’acqua, le ragazze raccoglievano sassi che l’usura aveva resi lucidi come cristalli per metterli sotto al cuscino e sognare viso del loro innamorato; le donne si raccoglievano in chiacchiere, le mamme portavano i bimbi, mentre i fidanzati sedevano sui massi tenendosi per mano, le persone che avevano perduto una persona cara portavano lì il loro dolore.

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Quel torrente aveva una fata: era a lei sorvegliare cosa accadeva in quel luogo: i bambini che non si facessero male, i sogni degli innamorati ; quelli delle ragazze che raccoglievano i sassi, e accarezzava i capelli di coloro che piangevano sulla riva del torrente mentre le lacrime correvano a valle assieme all’acqua. Aveva un amico con cui faceva lunghe passeggiate, un capriolo nato da poco che aveva chiamato Bambi, perché anche le fate vanno talvolta al cinema. Era sempre stata felice, ma un giorno cominciò a sentirsi strana, il sole non le pareva più così luminoso mentre guardava i bambini e le mamme, i fiori non erano più così belli, mentre osservava tutto questo non ricuciva a capire cosa le stesse accadendo .

Hermia and Lysander by John Simmons (A Midsummer Night's Dream)

Un mattino mentre liberava una trota rimasta intrappolata in una pozza del fiumiciattolo, vide arrivare un giovane e sedutosi u di un messo, prese dallo zaino pane e formaggio, dell’acqua e dopo avere mangiato ripulì dalle carte e si stese con al testa sullo zaino per dormire al sole.

La fata si avvicinò con cautela: non lo aveva mai visto, aveva gli occhi scuri i capelli schiariti dal sole, le mani di chi lavorava, la corporatura robusta di chi fa tanto sport… e nel frattempo lui apri gli occhi e la vide.

“Ciao” le disse – “ma non hai freddo vestita così, almeno un golfino di lana non è ancora estate“  e mentre le parlava sorrideva.

SciFi and Fantasy Art Garden of Apples by J E. Shannon

La fata chinò lo sguardo sul suo abito di velo lucente e si smarrì un poco; non era sua abitudine farsi vedere. “ Sono uscita in fretta di casa”. Rispose “Sei un villeggiante”?

“Mi chiamo Antonio sono un intagliatore; ho trovato un lavoro in paese e mi fermerò qui, mi pare si stia bene; quando sono libero mi piace andare per i boschi a fare lunghe passeggiate”.

Da quel giorno, quando Antonio non lavorava andava nel prato e chiacchieravano; lui si stupiva che lei non avesse mai fame e rifiutasse le merende; la fata temendo di essere fuori moda si era procurata un golfino fatto con fili d’erba e dei jeans su cui aveva applicato dei fiori colorati dei campi . Era felice ma allo stesso tempo si sentiva inquieta. Una sera si sdraiò sul suo materasso di erba , tirò fin sotto al mento la coperta di muschio e si accinse a leggere un vecchio libro alla luce che le offrivano gentilmente tre lucciole quando sulla pagina si proiettò un’ombra e vide lei, la fata sovrintendente .

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“Oh Fata madrina, è tanto che non ci si vede“!
“Vero bambina, ma ho avuto tanto da fare al consiglio delle fate, lassù“- e fece un gesto vago ad indicare un luogo; – “Ora sono potuta venire fin qui, per dirti che sono tutti in agitazione, cosa stai combinando ragazza mia? Non puoi vestirti come un umana, chiacchierare con un di loro e passare tutto il tempo con lui. Stai dimenticando chi sei”?

“Madrina non so cosa mi accade, ma io mi sento felice solo quando sto insieme ad Antonio, noi parliamo egli mi racconta dei suoi progetti… Mentre io so che non avrò mai una casa, dei bambini, una famiglia… e questo mi rattrista”.

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“La tua famiglia è tutto quello che hai intorno; le persone che vengono qui e affidano al bosco le loro gioie, i loro sogni e i loro dolori, loro non ti vedono ma sentono che ci sei. Questa è la tua famiglia, se tu andrai via con lui non potrai più essere una fata, e un giorno invecchiando i tuoi capelli diventeranno bianchi, perderai le persone care, e infine morirai anche tu. E più di ogni altra cosa, il tuo capriolo non correrà mai più con te”. “Ma io non posso stare senza di lui; aiutami Madrina;” La Veneranda Fata era anch’essa addolorata, vedendola soffrire così sospirò e le disse: – “Va bene porterò il tuo caso al Consiglio delle Fate, ma ad un patto: per una settimana vivrai da umana, poi ci rivedremo e se sei sicura che lui accetterà la tua natura e tu sarai sicura di quello che vuoi, quando tornerò decideremo“.

Digital Portraits by Maria Alaeva

La piccola Fata al mattino si alzò e per la prima volta sentì il freddo e la fame; non aveva danaro né abiti pesanti; ma si sentiva felice. Corse nel bosco e trovò una capanna; fece una scopa con i rami secchi e cominciò a pulirla, poi tutta sudata si infilò il golfino di fili di erba e i jeans con i fiori che nel frattempo erano avvizziti e andò in paese a vendere del miele che nel frattempo aveva raccolto e con il ricavato comprò altre cose. La sera si accorse che non aveva pensato di raccogliere legna per il fuoco ma si addormentò ugualmente felice .

Il giorno dopo andò al torrente; le mamme che sedevano nel prato la guardarono diffidenti e parlottavano fra loro: – ”Non so che abbia questo posto, mi piaceva tanto” diceva una all’altra,  -“ ora mi pare freddo, l’erba sembra secca, che sia l’inquinamento”?Non so ma anche il fiume è diventato così chiassoso, prima mi addormentavo qui e il rumore non mi infastidiva ora fa un tale fracasso! Forse è il buco dell’ozono“.

Nel pomeriggio arrivò Antonio .

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“Debbo parlarti, le disse, questi giorni con te sono stati bellissimi, sono felice di averti conosciuta ma vorrei potessimo stare per sempre insieme; io guadagno bene ora e posso permettermi una bella casetta e una famiglia; vorresti pensarci”?

La Fata fu presa dal panico non sapeva se lui avrebbe accettato la sua natura o si sarebbe spaventato, ma era anche tanto felice e così, sebbene preda di ansia gli parlò. Gli disse che anche lei avrebbe voluto stare con lui, ma che era una fata e solo se glielo avessero permesso sarebbe stato possibile .

Il giovane sorrise: ” lo sapevo, lo ho sempre saputo; non potevi essere che una fata. Ma io ti voglio bene e non posso pensare che debba rinunciare alla tua vita per poi pentirtene”. La Fata ruotò su se stessa entusiasta lo abbracciò e gli promise che di li a pochi giorni si sarebbero ritrovati .

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Quella sera due innamorati che erano andati a sedersi su di un masso si misero a litigare e si separarono; più tardi la Fata vide una anziana donna che coprendosi il viso con le mani singhiozzava disperata; si avvicinò e le mise una mano sulla spalla, ma la donna continuò a piangere: ”che ti è successo”? – “Ho perso mio figlio: non è giusto che un figlio muoia prima della madre; è contro natura”. La fata cercò di consolarla ma capì che le sue parole non raggiungevano il cuore della madre e si allontanò.

Il giorno successivo incontrò il suo cerbiatto che beveva al torrente e tutta felice lo chiamò, ma lui drizzando le orecchie, con un fremito di paura fuggì. La gente del paese era perplessa e spaventata: non voleva più andare al torrente dove non trovava la pace e la serenità cui era abituata , la pausa dalle fatiche e dai dolori e si cominciò a pensare di fare un parco dalla parte del monte.

A sentire tutto questo la Fata si addolorò e una sera , nella sua capanna dove oramai aveva imparato ad accendere il fuoco, chiamò la fata supervisore : Madrina per favore , vieni , Madrina”!!!!!! – “Eccomi, ma è mai possibile ragazza che tu sia sempre così agitata, cosa succede”? chiese, – “La gente non vuole più andare al torrente non sono contenti e infelici, il mio cerbiatto non mi riconosce più”. Rispose.

La Madrina si sedette sul letto e le prese la mano: “Bimba mia non si può avere tutto; se divieni umana , il torrente resta senza fata  vedremo di farne venire un’altra ma ci vorrà tempo prima che impari a conosce il lungo e faccia esperienza”.

“Madrina, forse sono stata egoista e ho anteposto la mia felicità a quella degli altri che è più importante”. Concluse la piccola fata, –“No, non lo è” disse la madrina dall’alto del suo potere: – “Puoi anche decidere di lasciare il torrente, ma sei tu che devi sapere leggere dentro di te cosa senti come più importante solo tu ti puoi rispondere, conoscere la tua vera natura per essere in pace con te stessa”.

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E la Fata decise.

Il giorno successivo un pescatore che da tre giorni stava tutto arrabbiato sulla riva del torrente percepì un buon profumo di erba e soddisfatto ributtò nel fiume la trota che aveva pescato tornò in paese e lo raccontò. La voce si sparse e la gente ricominciò ad andare al fiume, proponendosi di tenere il posto ben ordinato e non inquinato affinché non accadesse di nuovo quello eh era già successo. La sera della domenica Antonio era seduto su un masso; era triste ma quando vide la Fata le sorrise; si presero per mano. “Ho capito sai, hai deciso di restare; io lo so che ho avuto un grande dono nel conoscerti anche se sono triste, però so che qui ci sarai sempre come sarai sempre nella mia vita”.

La Fata piangeva lacrime di rugiada ma il suo sorriso era sereno : accarezzò Antonio e corse via saltando sui massi del torrente e il cerbiatto correva felice insieme a lei .

与你在一起 By 猫猫小花鱼

Liberamente tratta  da internet

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La Sorella: Angie


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Solingo vissi, senza speranze,
Serti e profumi, conviti e danze
Di nulla gioia m’erano al core,
Vinto nel tedio, muto all’amore,
Finch’io te vidi, pudica e bella,
Dolce sorella, dolce sorella!

Quel ch’io provassi, la prima volta
Che di vederti m’accadde, ascolta.
Pareami averti scontrato ancora,
Ma ignoti il loco m’erano e l’ora.
E dicea il core: non vedi? E quella
La tua sorella, la tua sorella.

Sorella? Oh nome, quanto sei caro!
Oggi soltanto dunque t’imparo?
Ma non sia ch’altro più il labbro dica,
Non più d’amante nome o d’amica
In mia risuoni mesta favella:
Sempre sorella, sempre sorella.

Foto di arte Angelo limitato tocco cosmico angelo di HenriettesART
D’amor fraterno vestigii io trovo
Tra i fiori e l’erbe del maggio novo
L’aura che a’ salci lambe le chiome
Ripeter parmi quel caro nome,
Cantar volando la rondinella:
O mia sorella, o mia sorella!

O il dorso prema d’agii destriero,
O Tonda solchi su pin leggiero.
Fra l’acque e il lido, tra l’ôra e i rami
Non cessa istante ch’io te non chiami;
Sempre un’intenso desio t’appella:
30Vieni o sorella, vieni o sorella.

Quando fortuna bieco mi guata,
A te pensando, sorella amata,
L’alma languente lena ripiglia;
E dico: bruna gli occhi e le ciglia,
Bruna del crine le spesse anella,
Ho una sorella, ho una sorella.

Originale Angelo dipinto benedizione angel di HenriettesART

Dacché la madre mi fa rapita
Per sempre tolto dalla mia vita
Credei l’affetto dolce e perenne
Che m’ebbe in cura, che mi sostenne.
Ma quell’affetto mi rinnovella
La mia sorella, la mia sorella.

Deh! quando il giorno temuto arrivi
Che di tua cara ista mi privi,

Prima che il labbro divenga muto
Possa l’usato darti saluto,
E sia l’estrema mia voce quella:
Addio sorella, addio sorella.

Limited angel art photo angel modern angel by HenriettesART

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Dimmi che Esisti: non Chiedo altro


Hold On, it's just starting. by PascalCampion on @DeviantArt

Dimmi che esisti – non chiedo altro:
Il resto al cuore io domando.

Sete ingannata da ogni coppa,
Senza il sapor della tua bocca,
Riposo illuso in ogni sonno
Senza il ristoro del tuo corpo,

Dimmelo sempre che ci sei,
Comunque la tua vita speri.

La creatura in te più vera
Ogni vicenda a me la svela,

La lontananza ansiosa dice
L’amor che accanto ammutolisce;

Ma so, non so, so che tu sola
Puoi dirmi: esisto – e dillo ancora.

Clemente Rebora

¿Como no gustar de un grupo de cálidas ilustraciones? Pascal Campion nos trae trabajos con los que es fácil identificarse, nos recuerda esos momentos de la infancia en lías coa que te divertías tus…

Sussurrato da fiori_7 Luli

Fammi un quadro del sole


illustration

Fammi un quadro del sole –
posso appenderlo in camera mia
e fingere di scaldarmi
mentre gli altri lo chiamano “Giorno!”.

Disegna per me un pettirosso – su un ramo –
così sognerò di sentirlo cantare
e quando nei frutteti cesserà il canto –
ch’io deponga l’illusione.

Dimmi se è vero che fa caldo a mezzogiorno –
se sono i ranuncoli che “volano”
o le farfalle che “fioriscono”.
E poi, sfuggi il gelo sopra i prati
e la ruggine sugli alberi.
Dammi l’illusione che questi due – ruggine e gelo –
non debbano arrivare mai!

Emily Dickinson

EEK!!! Based on a beautiful Claude Monet painting!

Sussurrato da fiori_7Luli