La danza degli Gnomi


Fantasy city by ucchiey

Una vedova maritata ad un vedovo.  Il vedovo aveva una figlia della sua prima moglie mentre la vedova aveva una figlia del suo primo marito. La figlia di lui si chiamava Serena, la figlia di lei si chiamava Gordiana. La matrigna odiava Serena per quanto era bella buona e generosa,  regalava ogni cosa a Gordiana, altre sì brutta e perversa.
Questa famiglia abitava un castello principesco, a tre miglia dal villaggio e sulla la strada attraversava un crocevia, tra i faggi millenari di un bosco.
Nelle notti di plenilunio piccoli gnomi uscivano fuori dalle loro casette e  danzavano in tondo  facendo beffe terribili ai viaggiatori notturni.
La matrigna che che era al corrente di questi piccoli ometti, una sera di domenica dopo cena, disse alla figliastra:
– Serena, ho dimenticato il mio libro di preghiere nella chiesa del villaggio: “vai prendermelo”.
La ragazza rispose inquieta: – “Mamma, perdonate… è notte”.
– “C’è la luna più chiara del sole”! Rispose la donna.
– “Mamma, ho paura! Andrò domattina all’alba”…
– “Ti ripeto d’andare”! – replicò la matrigna.
ed ancora la piccola con un filo di voce: – “Mamma, lasciate venire Gordiana con me”…
– “Gordiana resta qui a tenermi compagnia. E tu va’”! Disse infine la donna.
Serena tacque, e rassegnata si pose in cammino. Giunse nel bosco e rallentò il passo, premendosi lo scapolare sul petto, con le due mani.
Ed ecco apparire fra gli alberi il crocevia spazioso, illuminato dalla luna piena.
E gli gnomi danzavano in mezzo alla strada.
Serena li osservò fra i tronchi, trattenendo il respiro. Erano gobbi e sciancati come vecchietti, piccoli come fanciulli, avevano barbe lunghe e rossigne, giubbini buffi, rossi e verdi, e cappucci fantastici.
Danzavano in tondo, con una cantilena stridula accompagnata dal grido degli uccelli notturni.
Serena rabbrividiva al pensiero di dover passare tra loro, però non vi era altra via e non potendo ritornare indietro senza il libro della matrigna, si  fece coraggio e al tremito che la scuoteva avanzò con passo tranquillo.
Appena la videro,  come per darle il passo, gli gnomi verdi si separarono da quelli rossi e fecero ala ai lati della strada.  Quando la bimba si trovò in mezzo a loro la chiusero in cerchio, danzando.

Fairies
Uno gnomo le porse un fungo e una felce, chiedendole: – “Bella bimba, danza con noi”!
– “Volentieri” – Rispose: -“Se questo può farvi piacere”… E fu così che Serena danzò al chiaro di luna.
Danzava con così tanta grazia che gli gnomi si fermarono in cerchio, ad ammirarla.
– “Oh! Che bella graziosa bambina”! – disse uno gnomo.
Un secondo disse: – “Ch’ella divenga della metà più bella e più graziosa ancora”.
Disse un terzo: – “Oh! Che bimba soave e buona”!
Un quarto ancora: – Ch’ella divenga della metà più ancora bella e soave!
Rispose il quinto: – “E che una perla le cada dall’orecchio sinistro ad ogni parola della sua bocca”- e il sesto: – “E che si converta in oro ogni cosa ch’ella vorrà”.
– “Così sia! Così sia! Così sia”!… – Esclamarono tutti con voce lieta e crepitante.
Ripresero la danza vertiginosa, tenendosi per mano, poi spezzarono il cerchio e scomparvero.
Serena proseguì il cammino, giunse al villaggio e trovando la chiesa chiusa, svegliò il sacrestano; e così ad ogni parola che lei diceva, una perla le usciva dall’orecchio sinistro, le rimbalzava sulla spalla e cadeva per terra. Il sacrestano si mise a raccoglierle sul palmo della mano.
Serena ebbe il libro e ritornò al castello paterno.
la piccola splendeva di una bellezza mai veduta, mentre la matrigna la guardava stupita disse: – “Non t’è occorso nessun guaio per via”?
– “Nessuno, mamma”- Rispose graziosamente, raccontando esattamente l’incontro con gli gnomi,  ad ogni parola una perla le cadeva dall’orecchio sinistro.
La matrigna si rodeva d’invidia. – “E il mio libro di preghiere”? – “Eccolo, mamma”.
La logora rilegatura di cuoio e di rame s’era convertita in oro tempestato di brillanti, la matrigna trasecolava.

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Ci pensò e ci ripensò e rimuginandoci sopra decise di tentare la stessa sorte per la figlia Gordiana.
La domenica successiva, alla stessa ora, disse a Gordiana di recarsi a prendere il libro nella chiesa del villaggio.
– “Così sola? Di notte? Mamma, siete pazza? Andateci voi”! – E Gordiana scrollò le spalle.
– “Devi ubbidire, cara, e sarò un gran bene per te, te lo prometto”. – decantò la madre con voce benigna.
Gordiana non era avvezza ad ubbidire, smaniò furibonda, e la madre fu costretta a cacciarla con le busse, per farla andare.
Quando giunse al crocevia, inargentato dalla luna, vide anch’essa quei piccoli gnomi che danzavano in tondo, e anche loro accorgendosi della sua presenza ripeterono il gioco: si divisero in due schiere ai lati della strada, poi la chiusero in cerchio; e uno di loro, come la volta scorsa per Serena, avanzò porgendole il fungo e la felce e invitandola garbatamente a danzare.
ma lei tutta impettita rispose: – Io danzo con principi e con baroni, non danzo di certo con brutti rospi come voi”- e gettò la felce e il fungo tentando di aprire la catena dei piccoli ballerini con pugni e con calci.
– Che bimba brutta e deforme! – disse uno gnomo.
Un secondo disse: – Ch’ella diventi della metà più ancora cattiva e villana.
– E che sia gobba! E che sia zoppa!
– E che uno scorpione le esca dall’orecchio sinistro ad ogni parola della sua bocca.
– E che si copra di bava ogni cosa ch’ella toccherà.
– Così sia! Così sia! Così sia!… – Urlarono tutti con voce irosa e crepitante, ripresero la danza prendendosi per mano, poi spezzarono la catena e nuovamente scomparvero.

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Gordiana scrollò le spalle, giunse alla chiesa, prese il libro e ritornò al castello.
Quando la madre la vide dié un urlo: – “Gordiana, figlia mia! Chi t’ha conciata così”?
– “Voi, madre snaturata, che mi esponete alla mala ventura”. e ad ogni parola, uno scorpione dalla coda forcuta le scendeva lungo la persona.
Trasse il libro di tasca e lo diede alla madre; ma questa lo lasciò cadere con un grido d’orrore. – “Che orrore! È tutto lordo di bava”! La madre era disperata di quella figlia zoppa e gobba, più brutta e più perversa di prima, la condusse nelle sue stanze, affidandola alle cure di medici che s’adoprarono inutilmente per risanarla.
Si era intanto sparsa pel mondo la fama della bellezza sfolgorante e della bontà di Serena, e da tutte le parti giungevano richieste di principi e di baroni; ma la matrigna perversa si opponeva ad ogni partito.
Il Re di Persegonia non si fidò degli ambasciatori, e volle recarsi in persona al castello per conoscere cotanta bellezza. Quando la vide, fu così rapito dal fascino soave di Serena che fece all’istante richiesta della sua mano.
La matrigna soffocava dalla bile; ma si mostrò ossequiosa al re e lieta di quella fortuna.
Ma nella sua malvagità  macchinava di sostituire a Serena la figlia Gordiana.
Furono fissate le nozze per la settimana seguente.

fairy art - Daniel Miraim
Il giorno dopo il Re mandò alla fidanzata orecchini e monili di valore inestimabile. Giunse il corteo reale a prendere la fidanzata, la matrigna coprì dei gioielli la figlia Gordiana e rinchiuse Serena in un cofano di cedro. Il Re scese dalla carrozza dorata e aprì lo sportello per farvi salire la futura Regina. Gordiana aveva il volto coperto d’un velo fitto e restava muta alle dolci parole dello sposo.
Sicchè lo sposo chiese:  – “Signora suocera, perché la sposa non mi risponde”?
– “È timida, Maestà” disse la matrigna.
– “Eppure l’altro giorno fu così garbata con me”… – continuò l’innamorato.
– “La solennità di questo giorno la rende muta” … rispose la donna.
Il Re guardava con affetto la sposa, esclamò:  – “Serena, scopritevi il volto, ch’io vi veda un solo istante”!
– “Non è possibile, Maestà” – interruppe la matrigna – “il fresco della carrozza la sciuperebbe! Dopo le nozze si scoprirà”.
il Re cominciava ad inquietarsi.
Proseguirono verso la chiesa, la madre in cuor suo si rallegrava di veder giungere a compimento la sua frode perversa.
Ma passando vicino ad un ruscello, Gordiana, smemorata ed impaziente, si protese dicendo: – “Mamma, ho sete”! non aveva detto tre parole che tre scorpioni neri scesero correndo sulla veste di seta candida.
Il Re e il suocero balzarono in piedi, inorriditi, e strapparono il velo alla sposa. Apparve il volto orribile e feroce di Gordiana.

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– Maestà, queste due perfide e malvagie donne volevano ingannarci. disse il suocero del Re. Fu così, che il Re fece arrestare il corteo nuziale a metà strada e l’innamorato Re  salì a cavallo  tornando velocemente al galoppo, al castello della fidanzata. Salì le scale e prese ad aggirarsi per le sale chiamando ad alta voce:  – “Serena! Serena! Dove siete”?
con una voce flebile – “Qui, Maestà”! rispose – “Dove”? incalzò il Re – “Nel cofano di cedro”! rispose dolcemente impaurita la giovane.
Il Re forzò il cofano con la punta della spada e sollevò il coperchio. Serena balzò in piedi, pallida e bella com’era, lui la sollevò sulle braccia, la pose sul suo cavallo e ritornò dove il corteo ancora fermo stava aspettando. Serena prese posto nella carrozza reale, tra il padre e il fidanzato. Furono celebrate le nozze regali.
Della matrigna e della figlia perversa, fuggite attraverso i boschi, non si ebbe più alcuna novella.

Guido Gozzano

Snow White, 1905 by Heinrich Lefler

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La fata del torrente


Romanticismo: IL SOGNO

Il torrente scendeva fragoroso  dalle montagne attraversando boschi verdi e grandi alberi, man mano che calava e si placava nei prati, al centro di una valle che in primavera ed estate si coprivano di ranuncoli e rododendri selvatici. Appoggiato alle pendici di una montagna, sempre protetto dai venti freddi, c’era un paese; i bambini andavo al torrente a giocare con i piedi nell’acqua, le ragazze raccoglievano sassi che l’usura aveva resi lucidi come cristalli per metterli sotto al cuscino e sognare viso del loro innamorato; le donne si raccoglievano in chiacchiere, le mamme portavano i bimbi, mentre i fidanzati sedevano sui massi tenendosi per mano, le persone che avevano perduto una persona cara portavano lì il loro dolore.

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Quel torrente aveva una fata: era a lei sorvegliare cosa accadeva in quel luogo: i bambini che non si facessero male, i sogni degli innamorati ; quelli delle ragazze che raccoglievano i sassi, e accarezzava i capelli di coloro che piangevano sulla riva del torrente mentre le lacrime correvano a valle assieme all’acqua. Aveva un amico con cui faceva lunghe passeggiate, un capriolo nato da poco che aveva chiamato Bambi, perché anche le fate vanno talvolta al cinema. Era sempre stata felice, ma un giorno cominciò a sentirsi strana, il sole non le pareva più così luminoso mentre guardava i bambini e le mamme, i fiori non erano più così belli, mentre osservava tutto questo non ricuciva a capire cosa le stesse accadendo .

Hermia and Lysander by John Simmons (A Midsummer Night's Dream)

Un mattino mentre liberava una trota rimasta intrappolata in una pozza del fiumiciattolo, vide arrivare un giovane e sedutosi u di un messo, prese dallo zaino pane e formaggio, dell’acqua e dopo avere mangiato ripulì dalle carte e si stese con al testa sullo zaino per dormire al sole.

La fata si avvicinò con cautela: non lo aveva mai visto, aveva gli occhi scuri i capelli schiariti dal sole, le mani di chi lavorava, la corporatura robusta di chi fa tanto sport… e nel frattempo lui apri gli occhi e la vide.

“Ciao” le disse – “ma non hai freddo vestita così, almeno un golfino di lana non è ancora estate“  e mentre le parlava sorrideva.

SciFi and Fantasy Art Garden of Apples by J E. Shannon

La fata chinò lo sguardo sul suo abito di velo lucente e si smarrì un poco; non era sua abitudine farsi vedere. “ Sono uscita in fretta di casa”. Rispose “Sei un villeggiante”?

“Mi chiamo Antonio sono un intagliatore; ho trovato un lavoro in paese e mi fermerò qui, mi pare si stia bene; quando sono libero mi piace andare per i boschi a fare lunghe passeggiate”.

Da quel giorno, quando Antonio non lavorava andava nel prato e chiacchieravano; lui si stupiva che lei non avesse mai fame e rifiutasse le merende; la fata temendo di essere fuori moda si era procurata un golfino fatto con fili d’erba e dei jeans su cui aveva applicato dei fiori colorati dei campi . Era felice ma allo stesso tempo si sentiva inquieta. Una sera si sdraiò sul suo materasso di erba , tirò fin sotto al mento la coperta di muschio e si accinse a leggere un vecchio libro alla luce che le offrivano gentilmente tre lucciole quando sulla pagina si proiettò un’ombra e vide lei, la fata sovrintendente .

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“Oh Fata madrina, è tanto che non ci si vede“!
“Vero bambina, ma ho avuto tanto da fare al consiglio delle fate, lassù“- e fece un gesto vago ad indicare un luogo; – “Ora sono potuta venire fin qui, per dirti che sono tutti in agitazione, cosa stai combinando ragazza mia? Non puoi vestirti come un umana, chiacchierare con un di loro e passare tutto il tempo con lui. Stai dimenticando chi sei”?

“Madrina non so cosa mi accade, ma io mi sento felice solo quando sto insieme ad Antonio, noi parliamo egli mi racconta dei suoi progetti… Mentre io so che non avrò mai una casa, dei bambini, una famiglia… e questo mi rattrista”.

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“La tua famiglia è tutto quello che hai intorno; le persone che vengono qui e affidano al bosco le loro gioie, i loro sogni e i loro dolori, loro non ti vedono ma sentono che ci sei. Questa è la tua famiglia, se tu andrai via con lui non potrai più essere una fata, e un giorno invecchiando i tuoi capelli diventeranno bianchi, perderai le persone care, e infine morirai anche tu. E più di ogni altra cosa, il tuo capriolo non correrà mai più con te”. “Ma io non posso stare senza di lui; aiutami Madrina;” La Veneranda Fata era anch’essa addolorata, vedendola soffrire così sospirò e le disse: – “Va bene porterò il tuo caso al Consiglio delle Fate, ma ad un patto: per una settimana vivrai da umana, poi ci rivedremo e se sei sicura che lui accetterà la tua natura e tu sarai sicura di quello che vuoi, quando tornerò decideremo“.

Digital Portraits by Maria Alaeva

La piccola Fata al mattino si alzò e per la prima volta sentì il freddo e la fame; non aveva danaro né abiti pesanti; ma si sentiva felice. Corse nel bosco e trovò una capanna; fece una scopa con i rami secchi e cominciò a pulirla, poi tutta sudata si infilò il golfino di fili di erba e i jeans con i fiori che nel frattempo erano avvizziti e andò in paese a vendere del miele che nel frattempo aveva raccolto e con il ricavato comprò altre cose. La sera si accorse che non aveva pensato di raccogliere legna per il fuoco ma si addormentò ugualmente felice .

Il giorno dopo andò al torrente; le mamme che sedevano nel prato la guardarono diffidenti e parlottavano fra loro: – ”Non so che abbia questo posto, mi piaceva tanto” diceva una all’altra,  -“ ora mi pare freddo, l’erba sembra secca, che sia l’inquinamento”?Non so ma anche il fiume è diventato così chiassoso, prima mi addormentavo qui e il rumore non mi infastidiva ora fa un tale fracasso! Forse è il buco dell’ozono“.

Nel pomeriggio arrivò Antonio .

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“Debbo parlarti, le disse, questi giorni con te sono stati bellissimi, sono felice di averti conosciuta ma vorrei potessimo stare per sempre insieme; io guadagno bene ora e posso permettermi una bella casetta e una famiglia; vorresti pensarci”?

La Fata fu presa dal panico non sapeva se lui avrebbe accettato la sua natura o si sarebbe spaventato, ma era anche tanto felice e così, sebbene preda di ansia gli parlò. Gli disse che anche lei avrebbe voluto stare con lui, ma che era una fata e solo se glielo avessero permesso sarebbe stato possibile .

Il giovane sorrise: ” lo sapevo, lo ho sempre saputo; non potevi essere che una fata. Ma io ti voglio bene e non posso pensare che debba rinunciare alla tua vita per poi pentirtene”. La Fata ruotò su se stessa entusiasta lo abbracciò e gli promise che di li a pochi giorni si sarebbero ritrovati .

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Quella sera due innamorati che erano andati a sedersi su di un masso si misero a litigare e si separarono; più tardi la Fata vide una anziana donna che coprendosi il viso con le mani singhiozzava disperata; si avvicinò e le mise una mano sulla spalla, ma la donna continuò a piangere: ”che ti è successo”? – “Ho perso mio figlio: non è giusto che un figlio muoia prima della madre; è contro natura”. La fata cercò di consolarla ma capì che le sue parole non raggiungevano il cuore della madre e si allontanò.

Il giorno successivo incontrò il suo cerbiatto che beveva al torrente e tutta felice lo chiamò, ma lui drizzando le orecchie, con un fremito di paura fuggì. La gente del paese era perplessa e spaventata: non voleva più andare al torrente dove non trovava la pace e la serenità cui era abituata , la pausa dalle fatiche e dai dolori e si cominciò a pensare di fare un parco dalla parte del monte.

A sentire tutto questo la Fata si addolorò e una sera , nella sua capanna dove oramai aveva imparato ad accendere il fuoco, chiamò la fata supervisore : Madrina per favore , vieni , Madrina”!!!!!! – “Eccomi, ma è mai possibile ragazza che tu sia sempre così agitata, cosa succede”? chiese, – “La gente non vuole più andare al torrente non sono contenti e infelici, il mio cerbiatto non mi riconosce più”. Rispose.

La Madrina si sedette sul letto e le prese la mano: “Bimba mia non si può avere tutto; se divieni umana , il torrente resta senza fata  vedremo di farne venire un’altra ma ci vorrà tempo prima che impari a conosce il lungo e faccia esperienza”.

“Madrina, forse sono stata egoista e ho anteposto la mia felicità a quella degli altri che è più importante”. Concluse la piccola fata, –“No, non lo è” disse la madrina dall’alto del suo potere: – “Puoi anche decidere di lasciare il torrente, ma sei tu che devi sapere leggere dentro di te cosa senti come più importante solo tu ti puoi rispondere, conoscere la tua vera natura per essere in pace con te stessa”.

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E la Fata decise.

Il giorno successivo un pescatore che da tre giorni stava tutto arrabbiato sulla riva del torrente percepì un buon profumo di erba e soddisfatto ributtò nel fiume la trota che aveva pescato tornò in paese e lo raccontò. La voce si sparse e la gente ricominciò ad andare al fiume, proponendosi di tenere il posto ben ordinato e non inquinato affinché non accadesse di nuovo quello eh era già successo. La sera della domenica Antonio era seduto su un masso; era triste ma quando vide la Fata le sorrise; si presero per mano. “Ho capito sai, hai deciso di restare; io lo so che ho avuto un grande dono nel conoscerti anche se sono triste, però so che qui ci sarai sempre come sarai sempre nella mia vita”.

La Fata piangeva lacrime di rugiada ma il suo sorriso era sereno : accarezzò Antonio e corse via saltando sui massi del torrente e il cerbiatto correva felice insieme a lei .

与你在一起 By 猫猫小花鱼

Liberamente tratta  da internet

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La Nascita del Papavero


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In un tempo lontano accadde un giorno che il Sole, mentre camminava attraverso la volta celeste, cominciò a dolersi dicendo: “Oh! Questi giorni d’estate sono così lunghi, e nemmeno una nuvoletta che mi faccia compagnia. In questi giorni il tempo sembra, non passare mai !

Gli spiriti dell’aria che udirono le sue parole, non sapendo cosa fare, decisero di chiedere aiuto ai folletti dei boschi.
Questi si riunirono e discussero a lungo, perché era veramente difficile trovare qualcosa di così bello e sempre nuovo,così da vincere la malinconia del sole.

Pensa e ripensa, discuti e ridiscuti, alla fine tutti si convinsero che non c’era niente di più bello e vario dei fiori.
“Chiederemo alla terra di inventare un nuovo fiore”, disse uno, ma il folletto più vecchio e saggio disse: “Il fiore che doneremo al Sole, in segno di ringraziamento, dovrà essere un fiore speciale, un fiore nuovo e mai visto, dovrà nascere dai sogni di un bambino”.

Fu dunque deciso. Tutti partirono alla ricerca di fiori, sognati, inventati,o disegnati dai bambini di tutta la terra.

Margaret Tarrant- Honeybunch's First Garden:

I giorni passarono e dopo un lungo cercare, si ritrovarono nel cuore del bosco. Ognuno portava con sé le immagini bellissime dei fiori sognati dai bambini che avevano incontrato nel loro peregrinare.

Erano fiori grandi e piccoli, umili e sfarzosi, fiori di carta o di seta, fiori di cristallo
o di semplici fili d’erba intrecciati, fiori d’oro o d’argento.
Era veramente difficile scegliere il fiore più bello, tanto che i folletti cominciarono a discutere e a litigare tra di loro.

Ma ecco, che la porta si aprì lentamente, cigolando, nel silenzio improvviso che regna nel cuore della foresta: nessuno dei folletti si era accorto che il più piccolo di loro non era ancora ritornato dal suo viaggio.
Lo videro entrare ancora affannato e stanco per il lungo cammino, e con sé, non aveva che una piccolissima scatola.

Untitled:

Ognuno lo osservò con curiosità, e pensando che tanta fatica lo aveva portato a quella scatolina insignificante, scoppiarono in una fragorosa risata.
Ma il più vecchio e saggio, li zittì, chiedendo al piccolo Evelino, di raccontare per primo la sua storia.

Ancora ansante e un poco intimorito, Evelino cominciò il suo racconto:
“Ho viaggiato nei sogni dei bambini, ed ogni volta credevo di aver trovato il fiore più bello, così lo raccoglievo e lo portavo con me.
Ma quando lo riponevo nel cesto con gli altri fiori, rimanevo stupito e guardando il cesto rimanevo incantato e non sapevo più riconoscere il più bello. Così continuai a cercare, e cercare ancora, e il mio cesto fu presto colmo.

Decisi allora di ritornare, quando un vento dispettoso venne e cominciò a soffiare e soffiare sempre più forte, finché perduto il mio cammino, turbinando mi portò con sé.
Quando la bufera si placò, mi ritrovai nei pressi di una capanna, sperduta tra i monti.
Qui viveva un bambino molto povero; non aveva i soliti giocattoli delle vetrine di città, ma era ricco di fantasia e ogni volta sapeva inventare o creare nuovi giochi, usando sassi, fili d’erba e pezzi di legno.

≗ The Bee's Reverie ≗ Vintage Illustration of Bee Fairy with Poppy:

Lo vidi correre e saltare nel suo piccolo regno, quand’ecco trovò fra l’erba del prato un foglio di carta leggera che il vento aveva lasciato cadere.
Lo raccolse, lo porto in casa e lo colorò con l’unico pastello che possedeva, di un bel rosso vivo. Ritagliò i petali delicati e li cucì tra loro con un sottile filo nero. Ne nacque un fiore così bello, come non ne avevo mai visto.
Lasciai in dono al bambino il cesto con tutti i fiori raccolti, e gli chiesi in cambio quel suo unico fiore.

Intanto che raccontava, il piccolo folletto aprì la piccola scatola, e alla vista di quel fiore tanto intenso quanto delicato, tutti rimasero incantati.
Allora il più vecchio disse: ”Piccolo Evelino, hai scelto col cuore. Il fiore che hai portato verrà dato alla Terra, perché lo custodisca, e possa farlo nascere. Esso fiorirà nei campi di grano, e tra le spighe selvatiche sul ciglio dei fossi; mischierà il suo colore a quello del sole, perché sempre si ricordi che nacque per portare gioia e serenità.”

Quando poi il sole vide il nuovo fiore rosseggiare tra le spighe dorate, commosso per il dono ricevuto,lo ricambiò donandogli la sua luce.
E ancora oggi, nel tramonto delle sere d’estate, i papaveri, come fiammelle accese, portano memoria di quel tempo che fu.

Marco Giussani

В сети много художников, с работами которых ну просто необходимо познакомиться. С одной стороны, их вроде бы все знают, а с другой, надеюсь, что эта информация для кого либо станет открытием. И вдохновит на творчество. Конечно, прекрасные работы существуют и вне сети :). Посещать выставки - это прекрасно. Если есть такая возможность. Отношение к авторскому праву сформировало и такую «боязнь» интернета – что украдут идею и т.п.:

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